giovedì 11 agosto 2016

Imparare a stendere lo smalto ed a fare nail art da sole!






Sai applicare lo smalto in modo perfetto? La manicure impeccabile dovere essere pulita e ordinata, ma anche lo smalto deve essere mantenuto nel modo corretto per una stesura più facile. Ecco 10 cose che devi sapere sullo smalto. Quando ti dedichi alla manicure fatta in casa ci sono alcune piccole accortezze da seguire per avere unghie perfette e stendere lo smalto in modo impeccabile. Non si tratta però solo dell'applicazione dello smalto, ma anche della preparazione dell'unghia e del corretto mantenimento del prodotto, per evitare che si secchi rapidamente e che la stesura risulti difficile. Ecco tutto quello che devi sapere per avere una manicure perfetta: 
  1. Ruota lo smalto tra le mani: se vuoi applicare uno smalto che non utilizzavi da tempo è probabile che la formula sia diventata un po' più cremosa rispetto al solito. Dopo esserti assicurata che il prodotto non sia scaduto controllando sull'etichetta e sentendo l'odore dello smalto, chiudilo bene e ruotalo tra i palmi delle mani. Evita invece di scuoterlo per non creare delle bolle d'aria all'interno dello smalto.
  2. Vaselina sulle cuticole: per evitare che il colore macchi il bordo dell'unghia e le cuticole obbligandoti a pulirle con un cotton fioc dopo l'asciugatura dello smalto, applica un velo leggero di vaselina tutto attorno all'unghia. Essendo grassa servirà come scudo e lo smalto non macchierà la pelle. A manicure terminata ti basterà sciacquare le mani o rimuovere la vaselina con un cotton fioc o una velina. 
  3. Base: prima di stendere lo smalto è essenziale applicare una base per proteggere l'unghia e per facilitare la stesura. Se la superficie dell'unghia non è omogenea scegline una levigante, mentre se tendono a sfaldarsi e a rompersi facilmente puoi utilizzare una base rinforzante. Se le tue unghie sono particolarmente deboli puoi stenderne due strati, uno che parte dalla punta dell'unghia fino a metà e il secondo su tutta la superficie dell'unghia. 
  4. Smalto bianco: se lo smalto che vuoi applicare risulta non troppo brillante o il colore non vivace come lo vorresti prima di stenderlo applica uno strato di smalto bianco, che servirà per intensificare il tuo colore e renderlo brillante e intenso. Puoi fare la stessa cosa anche se vuoi mettere in risalto uno smalto glitter: scegli uno smalto della stessa nuance dei glitter e applicane uno strato dopo la base. 

  5. Attenzione al pennello: per applicare lo smalto in modo facile e veloce dovrai fare attenzione anche alla scelta del pennello. Se è troppo piccolo e sottile rischi di dover stendere più passate prima di riuscire a ottenere la coprenza che desideri. Con un pennello più ampio invece ti basteranno tre step per ottenere l'unghia perfetta: parti dal centro e stendi lo smalto dalla radice dell'unghia fino alla punta, poi copri il lato sinistro dell'unghia e infine quello destro, procedendo sempre dalla radice alla punta. 
  6. Usa lo scotch per le decorazioni: se vuoi creare una nail art ma non sei pratica con le decorazioni puoi aiutarti con lo scotch che ti permetterà di creare linee e forme geometriche in modo facile e rapido.  Ad esempio potrai applicare sulla punta dell'unghia due piccoli pezzetti di scotch in modo da creare un triangolo, e stendere lo smalto al di sopra. Una volta che eliminerai lo scotch otterrai una nail art perfettamente delineata e pulita. 
  7. Applica il top coat per uno smalto: una volta terminata la stesura dello smalto è fondamentale stendere uno strato di top coat per renderlo ancora più lucido e per aumentare la durata della manicure. Per evitare che si formino delle bolle sull'unghia devi aspettare che lo smalto sia perfettamente asciutto, dopodiché potrai proseguire con la stesura del top coat. Assicurati di stenderlo bene soprattutto sulla punta dell'unghia, dove lo smalto tende a sbeccarsi più facilmente. 
  8. Asciugatura rapida: se non ha il tempo per far asciugare lo smalto con calma puoi applicare le goccine che permettono l'asciugatura rapida. Sono tantissimi i brand che le propongono e una goccia sarà sufficiente per ricoprire tutta la superficie dell'unghia e asciugare lo smalto in modo rapido. 
  9. Rimuovi i glitter con la stagnola: hai applicato uno smalto con i glitter e ora non riesci più a rimuoverlo? Non preoccuparti: tutto quello di cui hai bisogno è la carta stagnola, un dischetto di cotone e del solvente. Imbevi il dischetti di cotone nel solvente e arrotolato attorno all'unghia, sigillandolo con la carta stagnola. Lascialo in posa per 10 minuti, poi rimuovi facendo una leggera pressione. In questo modo tutti i glitter saranno rimossi e la tua unghia sarà perfetta. 
  10. Chiudi lo smalto: terminata la manicure è fondamentale chiudere con cura lo smalto per evitare che si secchi. Spesso succedere che sulla bocca del barattolino si accumuli dello smalto, che con il tempo secca e non permette di sigillarlo perfettamente. Prima di chiuderlo, applica un sottile strato di vaselina tra le righe della parte superiore del botticino per garantirti una chiusura perfetta e un'apertura più facile.

Imparare a truccarsi bene!





Per imparare a truccarsi bene è fondamentale conoscere i pregi e i difetti del proprio viso. In questo modo si conoscono i punti forza da far risaltare e le imperfezioni da mimetizzare. Partiamo dal presupposto che nessuna donna ha pelle o lineamenti perfetti. Per iniziare è importante avere a portata di mano: 
  • Pinzetta per sopracciglia (cercate di dare una forma alle sopracciglia, non tenetevi quell'orribile monosopracciglio)
  • Crema idratante (è necessaria prima di truccarvi per idratare la pelle)
  • Spugnette e pennelli (non usate le mani per truccarvi, il risultato non sarà lo stesso)
  • Fondotinta (se siete giovani, non appesantite il trucco con il fondotinta; se proprio volete applicare qualcosa utilizzate una bbcream leggera)
  • Correttore e cipria (la cipria possibilmente opaca, per evitare l'effetto sudata)
  • Matita e mascara (evitate di applicare il mascara con l'effetto grumi)
  • Ombretti e piega ciglia (lo so che molti, compresa io, odiano quest'arnese ma usato prima del mascara contribuirà a darvi delle ciglia fantastiche)
  • Rossetto (potete usare tutti i colori che volete ma ATTENZIONE dovete sempre tener conto della forma delle labbra che avete. Se avete delle labbra eccessivamente carnose (o eccessivamente sottili) evitate quei rossetti rossi che non vi donerebbero. 

Pancake alla Nutella!!! XP




Chi non ama i pancakes alla nutella? Sono soffici, saporiti e ottimi per i più golosi. Sono perfetti anche con una buona marmellata di mirtilli, con lo sciroppo d'acero, con il burro di arachidi,... o con ciò che più vi piace. Io sinceramente li preferisco alle crepes, perchè sono più spessi, più morbidi e, dopo essere stati fatti, durano almeno due giorni, al contrario delle crepes che invece dopo un giorno si possono buttare. La ricetta per farli è facilissima, per circa 12 pancakes (...poi dipende di che diametro li fate...) bastano:
  • 200gr di Farina
  • mezzo cucchiaino di sale
  • lievito (io non ne metto mai una bustina intera altrimenti quando li mangio pizzicherebbero troppo)
  • 225ml di Latte
  • 1 Uovo
  • 1 noce di Burro sciolto
Se volete, potete aggiungere all'impasto anche degli aromi (vaniglia, arancia, limone, rum,...) basta che non esagerate. Per non far aderire l'impasto alla padella, potete usare sia il burro che dell'olio di semi di girasole. A me, sinceramente, a volte è capitato di non aver abbastanza burro da usare nell'impasto e ho notato che, sostituendolo, con qualche goccia di olio extravergine d'oliva, i pancakes risultano essere molto più morbidi, ma poi sono gusti. La cosa positiva è che per farli bastano solo 5 minuti. Ovviamente occorre stare attenti a non farli bruciare, perchè tendono a cuocersi rapidamente. Dopo la cottura, arriva la parte più golosa, scegliere con cosa mangiarli e qui vi potrete sbizzarrire. 

BUON APPETITO GOLOSONI!!! XP


Come mantenere la casa pulita ed ordinata!




Ogni anno tutte le casalinghe sono alle prese con le pulizie primaverili. Ma questo non vuol dire che durante l’inverno nascondano la “polvere sotto il tappeto”.. Anche se a tutti piace vivere in una casa pulita e profumata, forse non a molti piace armarsi di scopa e scopettone e passare il proprio tempo libero a spolverare, spazzare e lavare ogni stanza della propria abitazione. Ma per evitare di togliere ore preziose al nostro relax il segreto è quello di adottare giornalmente semplici piccoli abitudini per mantenere la nostra casa un posto piacevole in cui stare.
1.    La  prima cosa da fare è cercare di alzarsi almeno mezz’ora prima degli altri in casa, in modo da non essere disturbati durante le pulizie.
2.    Dopo aver fatto una bella doccia e dopo aver indossato i vestiti da casalinga, la prima cosa da fare è quella di aprire per bene tutte le finestre e i finestroni per poter fare aerare casa.
3.     Nel frattempo che il resto della famiglia si svegli potrai portarti avanti con piccoli lavori (come stendere il bucato fatto magari la sera prima, spazzare a terra, levare la polvere ogni 3 giorni,…). Per portarsi avanti sarebbe utile preparare la sera prima il tavolo della colazione e, se si deve uscire, prepararsi la sera prima i vestiti.

4.    Quando tutta la famiglia si sarà alzata e dopo aver fatto colazione tutti insieme, potrete fare i letti (ricordando che le lenzuola andrebbero cambiate almeno una volta a settimana, anche se in estate con il sudore si dovrebbero cambiare anche due volte a settimana).
5.    Nel frattempo che la famiglia si prepara per la loro routine, approfittarne per lavare i piatti (RICORDATE: NON LASCIATE MAI PIATTI SPORCHI NEL LAVANDINO, non si sa mai quando potrete avere ospiti).

6.    Cambiare le asciugamani due volte a settimana.
7.    Spazzare (o passare l’aspirapolvere) tutti i giorni e poi lavare i pavimenti (andrebbe bene anche  a giorni alterni a meno che non ci siano bambini o animali).
Queste sono le pulizie che si dovrebbero fare, ma ci sono anche dei consigli per evitare di sporcare casa:
1.    Per evitare di portare in casa la sporcizia e soprattutto germi dalla strada occorre pulirsi le scarpe, su tappeti lavabili posti ad ogni ingresso, anche se sarebbe ancora meglio togliersi le scarpe ed indossare pantofole da usare esclusivamente in casa. CERTO SE AVRETE DEGLI OSPITI NON LI POTETE OBBLIGARE AD INDOSSARE DELLE PANTOFOLE!!! XD
2.    Se avete tappeti sparsi in tutte le stanze della vostra casa per evitare che questi raccolgano troppi acari e polvere, sbatteteli all’aperto almeno un paio di volte alla settimana. Inoltre tenete sempre a portata di mano la scopa per raccogliere giornalmente, soprattutto in cucina, briciole ma anche eventuali peli di animali domestici.
3.    Per evitare il fastidiosissimo calcare, dopo aver fatto la doccia o il bagno, è buona abitudine asciugare le pareti del box o della vasca per evitare che si formi.
4.    Sempre a proposito del bagno, tenete sempre a portata di mano una spugna lavabile e utilizzatela ogni mattina e ogni sera per togliere i residui di sapone, di dentifricio o make-up. Evitate di sbarazzarvi dei capelli caduti nel lavandino con un getto d’acqua, meglio raccoglierli e buttarli nella spazzatura. Per togliere i cattivi odori e per evitare ingorghi, un segreto è quello di riempire con un po’ di acqua e aceto ogni lavandino della casa e lasciarlo riposare durante la notte per poi risciaquarlo la mattina, facendo scorrere un po’ di acqua.
5.    Prima di fare la spesa, almeno una volta alla settimana, fate una piccola pulizia del frigorifero: buttate ciò che è scaduto, ammuffito o deteriorato in modo da liberare lo spazio per gli alimenti appena acquistati. Inoltre passate un po’ d’acqua e aceto con un panno umido all’interno del frigo per ripulirlo dai residui di cibo e per ridargli un buon odore. Un trucchetto è quello di porre all’interno, sul ripiano più alto, un piccolo recipiente con del bicarbonato che aiuterà ad assorbire gli odori sgradevoli.
6.    Per mantenere sempre il piano cottura pulito e disinfettato passate un panno umido con un po’ di detersivo ecologico o fatto in casa, dopo aver cucinato per evitare incrostazioni di sugo, acqua, latte o caffè. Eliminando quotidianamente, dopo ogni pasto, i residui di sporco eviterete di passare ore ed ore scrostando con forza e rovinandone così l’alluminio.

7.    Se avete una lavastoviglie (CHE SPESSO SALVA LA VITA), ricordatevi di mettere il sale nell’apposito spazio, almeno una volta al mese per evitare la formazione di calcare. Inoltre settimanalmente fate un lavaggio a vuoto ponendo nel cestino delle posate a testa in giù una bottiglietta in plastica riciclata e riciclabile con all’interno acqua e aceto per eliminare cattivi odori e per mantenere sempre pulita la vostra lavastoviglie. Ovviamente per un buon risparmio energetico usate questo utilissimo elettrodomestico solo nelle ore serali e notturne impostando il programma di lavaggio eco.

Livio e Orazio


LIVIO


Tito Livio nacque nel 59 a.C. a Padova da una famiglia economicamente agiata e per questa ragione potè dedicare l’intera vita all’attività letteraria senza dover ricercare il sostegno di protettori. Asinio Pollione rilevava in Livio una certa Patavinitas, cioè una peculiarità padovana. Nel 30 o 29 a.C. si recò a Roma per svolgere ricerche preliminari alla composizione della sua monumentale opera storica Ab urbe condita libri, pubblicata a partire dal 27 a.C. circa. L’esaltazione degli ideali repubblicani che caratterizza il testo non impedì a Livio di ottenere l’amicizia di Augusto: tale impostazione ideologica, infatti, non contrastava con l’immagine di restauratore dei valori della res pubblica che il principe voleva dare di sé. Non sappiamo d’altra parte in che modo Livio valutasse il principato augusteo, poiché i libri più recenti dell’opera non ci sono pervenuti. Tuttavia il pessimismo con cui nella prefazione accenna all’età contemporanea permette di dubitare che egli lo ritenesse la felice o necessaria soluzione della crisi della repubblica. Lo storico morì a Padova nel 17 a.C.

La struttura e i contenuti degli Ab urbe condita libri

Senza riallacciarsi ad alcun predecessore, Livio decise di narrare tutta la storia di Roma a partire dalle origini, come dice il titolo Ab urbe condita libri (“Dalla fondazione della città”), rifacendosi al modello annalistico raccontando i fatti in modo cronologico.  Egli lavorò a quest’opera per tutta la vita a sezioni staccate. Infatti all’interno dell’opera si possono distinguere vere e proprie sezioni, corrispondenti alle diverse fasi di pubblicazione e dotate di una loro autonomia artistica e tematica. Dell’opera, che comprendeva 142 libri, ci sono per venturi solo i libri 1-10 e 21-45, per un totale di 35 libri. Di quasi tutti possiamo invece leggere i compendi, cioè riassunti brevi per capire la trama dell’intera opera che presero il nome di Periochae. Le sezioni dell’opera dovrebbero essere sette:
·         Il libro: che contiene la prefazione generale e descrive il periodo della monarchia (dalla cacciata dei Tarquini fino all’istituzione della res pubblicae). È molto ricco di materiale leggendario ed è caratterizzato da un interesse antiquario quasi assente nel resto dell’opera. I sette re di Roma però non sono i veri protagonisti del libro: al centro è Roma, con le sue conquiste territoriali e lo Stato. 
·         Dal libro al : che narrano le guerre contro gli Etruschi, i Volsci e gli Equi, le invasioni dei Galli e l’incendio di Roma. Il 2°, come il 10°, è un libro importante perché è proprio in questo libro che vengono messi in evidenza quei valori del mos maiorum cui Livio attribuisce la grandezza di Roma.
·         Dal libro al 10°: che contengono un'altra prefazione e narrano l’espansione di Roma in Italia.
·         Dall’11° libro al 20°: che sono libri perduti che dovrebbero narrare la guerra contro Pirro e la prima guerra punica;
·         Dal 21° libro al 30°: che contengono un’altra prefazione e narrano la seconda guerra punica. In questi libri i fatti sono esposti secondo il consueto schema annalistico, che tuttavia non impedisce a Livio di dividerli in due parti: i primi 5 sono dedicati alla parte del conflitto negativo per i Romani, mentre gli altri narrano la lenta ma sicura ripresa romana fino alla vittoria finale di Scipione. La separazione fra le due parti non si nota; l’unica differenza è che dal libro 31° in poi emerge la figura di Scipione così come per i libri precedenti era emersa la figura di Annibale, di cui vengono descritte le virtù e i vizi. Da questa descrizione si nota subito come Scipione sia l’opposto di Annibale e come Livio attribuisca a Scipione tutte quelle virtù che non caratterizzano invece Annibale. 
·         Dal 31° libro al 45°: che contengono un’altra prefazione e narrano le vicende interne e le guerre in Italia, in Spagna e in Oriente.
·         Dal 46° libro al 142°: che sono libri perduti che dovrebbero narrare le vicende di politica interna ed estera.  

Le fonti dell’opera e il metodo di Livio

Il metodo storiografico di Livio non può definirsi scientifico. Egli fonda infatti la sua indagine sulle opere degli storici precedenti: seleziona di volta in volta una fonte principale da seguire, limitandosi a menzionare le versioni contrastanti, senza però cercare di mediare tra di esse.  Le principali sembrano essere gli annalisti romani per la prima decade, la monografia di Celio Antipatro e lo storico greco Polibio per la terza, e gli Origines di Catone per la quarta e la quinta. Rispetto alle fonti, tuttavia, Livio dimostra spesso un atteggiamento critico, non esitando a prendere le distanze dai dati che gli appaiono infondati. Si può affermare in generale che l’apporto originale di Livio non consiste tanto nella ricostruzione storica, non esente da errori e contraddizioni, quanto piuttosto nell’elaborazione letteraria della materia. L’utilizzo di diverse fonti, l’enorme estensione cronologica dell’opera e la sua stessa pubblicazione a sezioni staccate, però, comportano inevitabilmente degli errori e delle contraddizioni.

Le finalità e i caratteri ideologici dell’opera

Lo scopo dell’opera è quello etico-didascalico dichiarato nella prefazione generale. Livio si propone di contribuire all’edificazione morale dei lettori mostrando loro l’esempio degli antichi Romani, che con le loro virtù (coincidenti con il mos maiorum) hanno reso grande lo Stato. All’idealizzazione del passato si accompagna un’impostazione patriottica e celebrativa della romanità che determina una consapevole distorsione dei fatti. Infatti riprende tutti quei valori del mos maiorum come: la pietas (cioè l’osservazione scrupolosa dei riti), la fides (cioè il rispetto della parola data), l’amore e la difesa della libertas e della concordia; la iustitia nei rapporti con gli alleati e i popoli stranieri; la disciplina (cioè l’obbedienza dei soldati verso i propri superiori); la prudentia (cioè il non lasciare mai nulla al caso); la frugalitas (cioè l’allontanamento dalle ricchezze); la pudicitia (per le donne); e la gravitas (cioè un atteggiamento esteriore dignitoso, serio e decoroso). 

Le qualità letterarie e lo stile

Le qualità letterarie di Livio fanno sì che la trattazione storica risulti varia e avvincente, nonostante l’impostazione annalistica: alle parti descrittive ed espositive si alternano episodi narrativi in sé conchiusi, ricchi di drammaticità e pathos; il flusso narrativo  variato dall’inserzione di discorsi che caratterizzano i personaggi e illustrano le situazioni. Lo stile liviano è estremamente vario: il periodare è talvolta ampio e ricco di subordinate, alla maniera di Cicerone, talvolta breve e conciso. Oggettive differenze stilistiche e lessicali, legate alle fonti impiegate o ad una precisa celta letteraria dell’autore, sono state osservate tra i primi libri, caratterizzati da un colorito arcaico e poetico, e quelli più recenti, in cui tale fenomeno tende a scomparire.

Livio nel tempo


L’opera di Livio è divenuta, fin dal I secolo a.C., la fonte privilegiata per la conoscenza della storia di Roma ed è stata apprezzata sia per le sue qualità artistiche sia per la fama di attendibilità della ricostruzione storica, messa in discussione solo a partire dall’Ottocento. La fortuna dell’opera, unita alla sua vasta mole, ha tuttavia determinato la perdita di gran parte dei libri, sostituiti nell’uso scolastico e nella consultazione da riassunti e compendi. 

ORAZIO


Orazio nacque a Venosa nel 65 a.C. da una famiglia di umili origini, ma di condizione economica non disagiata; potè infatti seguire un regolare corso di studi a Roma e ad Atene (dove frequentò le scuole di filosofia). Dalla tranquillità degli studi lo distolse bruscamente la guerra civile che oppose i cesaricidi Bruto e Cassio ad Antonio ed Ottaviano: Orazio si arruolò infatti nell’esercito di Bruto alla battaglia di Filippi (44 a.C.). La svolta decisiva nella vita di Orazio avvenne nel 38 a.C., quando Virgilio e Vario lo presentarono a Mecenate che lo ammise nel suo circolo. Anche Orazio, come Virgilio, diede il suo contributo alla propaganda augusta componendo carmi celebrativi e politicamente impegnati, tra cui spiccano le cosiddette “odi romane”. Nel 17 a.C., fu incaricato da Augusto di scrivere un Carmen saeculare, cioè un inno agli dei protettori di Roma. 
·         Satire (41-30 a.C.): sono componimenti di tipo soggettivo e di intento moralistico, in cui il poeta rappresenta in modo ironico difetti e comportamenti propri e altrui.
·         Epodi (41-30 a.C.): seguono diversi filoni tematici: invettiva, magia, poesia civile, eros, motivi simposiaci e gnomici.
·         Odi (30-23+13 a.C.): affrontano molti argomenti diversi (religiosi, erotici, conviviali, gnomici e civili).
·         Epistole (23-13 a.C.): si tratta di componimenti d’occasione e di riflessioni personali su temi morali.
Negli ultimi anni la produzione letteraria di Orazio andò progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto. Egli morì l’8 a.C., a due mesi di distanza dalla scomparsa di Mecenate, accanto alla cui tomba fu sepolto.

Le Satire

Il fatto che il genere satirico non avesse un diretto corrispondente nella letteratura greca indusse Orazio ad una riflessione critica e ad un’elaborazione concettuale che gli permisero di precisare e d’illustrare i caratteri contenutistici e formali di questo genere tipicamente romano. A tale scopo il poeta dedicò tre componimenti: le satire quarta e decima del I libro e la prima del libro II. Orazio presenta Lucilio come l’iniziatore del genere nella letteratura latina, ma cerca di nobilitare la satira ricollegandola alla commedia greca e precisamente alla fase più antica di essa, di cui cita i tre più celebri rappresentanti: Eupoli, Cratino e Aristofane. Orazio rivela l’importante differenza formale tra i due generi, costituito dall’impiego di metri diversi, ma punta su un aspetto comune alla commedia antica e alla satira luciliana. Un altro tratto distintivo della satira viene indicato da Orazio nello spirito; esso si traduce nella capacità di affrontare temi moralmente impegnativi in modo arguto e divertente. Le satire oraziane sono ampiamente influenzate dalla diatriba, caratterizzata dall’alternanza del serio e del comico. Per quanto riguarda i rapporti con gli altri generi letterari, Orazio, a differenza di Lucilio, riconosce espressamente la superiorità dei generi sublimi; anzi dice addirittura di non poter aspirare al titolo di “poeta”. Sotto l’aspetto formale, tuttavia, Orazio si allontana da Lucilio, applicando il principio del labor limae, ossia della necessità di un’accurata elaborazione stilistica (propria della componente alessandrina, ben viva nei poeti augustei). Inoltre Orazio afferma che la produzione è riservata a pochi intimi e riprende l’idea di una poesia rivolta a un pubblico ristretto, indicando esplicitamente i suoi destinatari in Mecenate, Virgilio, Vario, Asinio Pollione e Messalla Corvino.
I caratteri e i contenuti delle Satire oraziane
L’impostazione soggettiva in Orazio si presenta piuttosto come disponibilità a rivelare aspetti significativi dell’io interiore per sviluppare da essi considerazioni di portata più ampia e di validità generale. Lo spirito è altamente apprezzato da Orazio come momento insostituibile sia della vena moraleggiante sia di quella soggettiva e tende qualche volta ad affermarsi in modo autonomo in alcuni componimenti che si propongono di offrire una rappresentazione arguta e divertente della realtà. Tale varietà di contenuti si esprime in due forme diverse: la satira “narrativa” e la satira “discorsiva”. La prima prende le mosse da un fatto o da un aneddoto che viene raccontato in modo diffuso e brillante, mirando soprattutto a intrattenere il lettore. La seconda non è incentrata su un fatto o un episodio, ma svolge una serie di argomentazioni e di riflessioni. Sia le satire narrative sia quelle discorsive possono avere andamento monologico o dialogico; il dialogo a sua volta può essere riferito o rappresentato direttamente con scambio di battute tra il poeta e un altro personaggio, o tra due personaggi.  
Il messaggio e lo stile
Le satire oraziane presuppongono un sostrato di concetti morali come costante termine di riferimento. Il poeta stesso, nelle Epistole, afferma la sua adesione all’epicureismo. Tuttavia le idee ispiratrici delle Satire sono concetti generali e diffusi. Si tratta dei principi designati dagli antichi con i termini greci di metriotes e di autarkeia. La metriotes (senso della misura) sanciva che la virtù consiste nel giusto mezzo, nell’equilibrio tra gli estremi opposti. Essa è nel detto est modus in rebus (“c’è una misura in ogni cosa”). L’autarkeia (“autosufficienza”) consiste nella limitazione dei desideri per evitare i condizionamenti esterni, che impediscono di raggiungere la piena libertà interiore. La metriotes e l’autarkeia sono dunque i due capisaldi da cui si sviluppa la riflessione della satira oraziana. Queste convinzioni sono affidate al personaggio del poeta satirico, in cui l’autore riflette aspetti della sua personalità. Nel II libro, tuttavia, questa figura tende a collocarsi sullo sfondo, divenendo il relatore o l’ascoltatore di opinioni altrui. Orazio accentua dunque la sua sorridente autoironia rifiutando la parte del protagonista e prendendo in giro quell’atteggiamento da persona saggia ed esperta. Viene così creato uno stile medio che s’ispira a una conversazione fine ed elegante, nutrita di cultura senza affettazione e di spirito non grossolano. Questa apparente semplicità è in realtà il frutto di un’arte sorvegliata e consumata, in cui vige il principio della brevitas: mediante un severo autocontrollo della forma, Orazio tende a eliminare quanto è superfluo e ridondante e a ridurre e concentrare i mezzi espressivi.

Gli Epodi

L’esperienza giambica di Orazio è parallela alla produzione satirica. Gli Epodi (17 componimenti) costituiscono una tendenza autonoma della poesia oraziana. In questo caso egli non ha bisogna, come per la satira, di delineare una sua poetica, perché può riallacciarsi ad autorevoli precedenti nella letteratura greca. Nell’epodo 6° Orazio allude infatti ad Archiloco e ad Ipponatte come ai propri modelli e dichiarerà con orgoglio di essere stato il primo a introdurre nel Lazio i giambi di Archiloco. Aspetto essenziale di questa autonoma ripresa è il metro. Orazio impiega per primo a Roma l’epodo, un sistema metrico in cui ad un primo verso più lungo se ne aggiunge uno più breve. Appunto per la presenza di tali metri la raccolta fu indicata dai grammatici antichi con il titolo di Epodi. Proprio la varietà è l’aspetto più appariscente dell’opera oraziana: gli Epodi ci offrono un panorama complesso e multiforme, che va dalla veemenza delle invettive all’espressionismo delle poesie d’argomento magico e sessuale, dalla foga e dal fervore dei carmi politici alla pacatezza di quelli gnomici e alla grazia lieve di quelli erotici. 
I contenuti e lo stile
Nella raccolta si possono distingue alcuni filoni:
·         Dell’invettiva che si esprime negli epodi 4, 6 e 10. Tra questi, soltanto il decimo è diretto contro una persona determinata, Mevio, cui viene augurato di perire in un naufragio. Una variante scherzosa del modulo dell’invettiva si trova nell’epodo 3: una giocosa maledizione contro l’aglio, propinato al poeta da Mecenate. Ai modi dell’invettiva si possono ricondurre anche gli epodi 8 e 12, rivolti contro una vecchia libidinosa che concupisce il poeta e sollecita da lui prestazioni sessuali. In questo caso la descrizione impietosa della decadenza fisica della donna rivela una tendenza espressionistica che è tra gli aspetti più rilevanti della produzione giambica oraziana.
·         Della magia in cui il tema viene trattato con un accentuato realismo.
·         Di poesia civile. Gli epodi 7 e 16 si riferiscono alla medesima situazione e trattano temi simili: la confusione e lo scompiglio successivi alla battaglia di Filippo. Nel settimo l’autore rimprovera aspramente i concittadini che combattono tra loro e individua la causa remota delle guerre civili nell’antico fratricidio commesso da Romolo. Nell’epodo 16 invita i Romani a seguirlo in un’utopistica fuga verso le isole dei beati, dove permane la condizione dell’età dell’oro. In entrambi questi componimenti Orazio assume il ruolo di vates, del poeta ispirato dalla divinità, amplificando dall’alto di questa posizione la sua angoscia e la sua disperazione per la situazione politica. Ai preparativi per la battaglia di Azio, riportano gli epodi 1 e 9. Nel primo il poeta assicura amicizia e lealtà al patrono e ad Ottaviano; nel nono esprime “l’affanno e la paura per la causa di Cesare, schernisce gli avversari di Ottaviano e si prepara a brindare alla sua vittoria.
·         Filone erotico. L’epodo 14 svolge il motivo dell’amore che domina completamente il poeta impedendogli di comporre versi. Lo stesso motivo apre l’epodo 11, che sviluppa altri spunti topici della poesia erotica. Nell’epodo 15 il poeta si rivolge invece a una donna infedele con un tono risentito ma meno violento rispetto ad altri epodi; nei carmi amorosi domina infatti un pathos leggero e sentimentale, che è agli antipodi dell’aggressività espressionistica rilevata negli epodi contro la vecchi a libidinosa.
·         Di elogio della vita dei campi nel 2 componimento e motivi simposiaci e gnomici nel 13 epodo. L’epodo 2 si fonda sul procedimento dell’aprosdoketon (“imprevisto”): esso ci offre uno splendido elogio della vita dei campi, ma gli ultimi versi ci fanno sapere, con un rovesciamento sarcastico, che a pronunciarlo è un usuraio incapace di rinunciare ai suoi impegni cittadini. Motivi simposiaci e gnomici sono invece presenti nell’epodo 13: il poeta, durante l’infuriare di una tempesta, invita gli amici al banchetto; per poter alleggerire il cuore dai sinistri affanni e porta l’esempio mitico di Chirone, che così insegnava ad Achille a sopportare la sua sorte gloriosa ma triste.

Le Odi                                                                                                                                                                        
Un altro momento fondamentale dell’esperienza poetica di Orazio è costituito dalla sua produzione lirica, compresa nei quattro libri delle Odi. Le Odi non si possono propriamente considerate poesia lirica nel senso moderno. Esse si pongono programmaticamente all’interno di una tradizione letteraria di ascendenza greca  e ne accettano le norme e le convenzioni. Nel componimento che apre la raccolta, Orazio, rivolgendosi a Mecenate, afferma che la sua scelta di vita consiste nell’essere lyricus vates e pone la sua decisione sotto gli auspici della musa Polimnia. Con questo egli manifesta la sua intenzione di coltivare la poesia “lirica”e di prendere come punto di riferimento la produzione scritta nel dialetto dell’isole di Lesbo e in primo luogo la poesia di Alceo. Oltre ad Alceo, anche il celebre poeta greco Pindaro esercita una notevole influenza sulle Odi. A lui tuttavia Orazio guarda come a un ideale irraggiungibile. Alla fine della sua carriera, Orazio dichiara che chi tenta di emulare i voli della poesia pindarica è destinato a precipitare miseramente come Icaro.
Si contrappongono qui due concezioni divergenti: quella di una poesia ispirata, prodotta da eccezionali doti naturale, e quella di una poesia frutto di lavoro e di cura infinita. Orazio si dedica a un’arte sottile; questo secondo tipo di poesia rinvia al principio del labor limae, dell’accanita opera di rifinitura, che era stato proclamato dagli alessandrini e fatto proprio dai neoteroi. Tra le due alternative Orazio sceglie dichiaratamente la seconda, mostrando di considerare la sublimità di Pindaro soltanto come un’aspirazione o una tentazione a cui si può indulgere eccezionalmente. Constatiamo dunque il persistere di quell’alessandrismo che aveva segnato in maniera profonda la poesia delle Satire. Un notevole mutamento rispetto alle Satire si può invece riscontrare nell’atteggiamento che l’autore assume verso la poesia elevata: egli rivendica per la lirica un posto adeguato già ben riconosciuto e affermato valore. Dalla strategia dell’autosvalutazione passa così alla solenne dichiarazione della grandezza e dell’eternità della sua opera.
La coscienza del proprio valore poetico si manifesta nelle Odi anche nella  scelta di definire se stesso più volte come vates: vocabolo che possiede una connotazione sacrale che presuppone un’investitura divina e il poeta infatti si atteggia a seguace e protetto dagli dei. Tale rapporto privilegiato con il divino si manifesta in episodi della vita quotidiana. La poetica delle Odi risulta dunque dalla sovrapposizione di due concezioni distinte: da una parte, il concetto della poesia come frutto di una tecnica perfetta e del poeta come supremo artigiano; dall’altra, l’idea della poesia come prodotto di geniale ispirazione e del poeta come vate.
I caratteri I modelli principali delle Odi sono i poeti di Lesbo, Alceo e Saffo: essi sono il punto di riferimento più importante anche per la metrica; è significativo, infatti, che persino i carmi di tono più alto e pindareggiante siano scritti in strofe alcaiche o saffiche. Inoltre è notevole e documentabile l’influsso sulle Odi oraziane di testi ellenistici.  Orazio conferisce quasi sempre ai suoi componimenti un’impostazione “allocutiva”. Raramente, infatti, i suoi carmi si presentano come monologhi interiore, ma sono di solito rivolti a un destinatario, che può essere un personaggio reale oppure una figura fittizia, che può avere maggiore o minore risalto, ma che comunque favorisce e orienta lo svolgimento del discorso poetico.
Tale impianto discorsivo è collegato a una situazione particolare, spesso topica, che inserisce il carme in determinati schemi tradizionali. Questo debito verso la tradizione non significa però che le Odi si presentino come una sorta di montaggio o di collage di materiali precedentemente elaborati da altri poeti; esso indica invece la volontà di aderire a una determinata maniera poetica. Gli spunti infatti vengono rivissuti e rinnovati dall’interno, mentre gli schemi sono variati e combinati tra loro, a seconda delle esigenze della poesia. Orazio scrive per un pubblico dotto, che conosce perfettamente i testi che egli imita, riprende, cita: in quest’arte spiccatamente “letteraria” e riflessa, il nuovo presuppone sempre, la tradizione. Adottando dunque le tecniche dell’arte allusiva, il poeta inserisce frequentemente nei suoi carmi spunti tratti da Alceo, da Pindaro, da Anacreonte, da Saffo e da altri lirici greci, rielaborandoli in modo autonomo. Spesso troviamo all’inizio di un componimento una “citazione”, che viene poi sviluppata liberamente e originalmente. 
I contenuti Alla complessità dei temi e alla diversità delle soluzioni, nelle raccolta delle Odi possiamo distinguere alcuni filoni principali:
·         Religioso: Orazio deve trattare della religione nelle forme e nei modi consacrati dall’uso politico. Di qui la presenza, nella raccolta, di preghiere e di inni, che in qualche caso compaiono riferiti anche a oggetti insoliti. Un caso particolare è costituito dal Carmen saeculare, in cui viene ripresa la funzione originaria dell’inno: unico tra i carmi oraziani, esso ebbe infatti una destinazione ufficiale. In esso il motivo religioso si mescola a temi civili: la celebrazione di Roma e della sua gloriosa immortale e l’esaltazione di Augusto, autore della grandezza e della prosperità dello Stato.
·         Erotico: in cui rientrano numerosi componimenti. A differenza di quanto avviene nella poesia elegiaca contemporanea, i carmi si presentano come episodi in sé conclusi. L’occasione e la situazione prevalgono sui personaggi. L’arte oraziana ci offre infatti una serie di schizzi legati a momenti circoscritti e autonomi, in cui le figure femminili vivono e si realizzano nel breve attimo fissato dal carme. Salvo rare eccezioni, la passione è contemplata: a differenza di Catullo, che accentua ed esaspera i toni e i sentimenti, Orazio, con il suo temperamento riflessivo e filosofico, evita il coinvolgimento affettivo e tende al distacco di una lieve e galante ironia.
·         Conviviale: incentrato sulla tradizione greca del simposio, identificato con la cena romana. Le varie occasioni legate al banchetto costituiscono in questi carmi gli ingredienti topici, associati talora a spunti erotici e frequentemente  a elementi gnomici e moraleggianti.
·         Gnomico: costituisce il vero centro delle Odi oraziane. Pur nella notevole varietà dei motivi, i carmi gnomici ruotano intorno a un solo nucleo tematico fondamentale. Lo svolgimento in positivo porta al riconoscimento di un’alternanza nelle vicende umane e all’invito a sostenere con virile sopportazione le invetriabili avversità. Lo sviluppo in negativo  conduce invece alla constatazione dell’ineluttabilità della morte e della necessità di usufruire pienamente del breve tempo della vita. È il motivo del carpe diem, che non è l’istigazione a un volgare e superficiale edonismo, ma il consiglio di cercare la felicità nel presentare e non in un ipotetico e inaffidabile futuro.
Ritroviamo dunque nelle Odi i principi ispiratori delle Satire, che qui ricevono la loro più nitida formulazione. L’autarkeia è infatti presentata in tutta la sua signorile sobrietà. Della metriotes è invece colto il superiore e difficile equilibrio ed essa trova una formulazione divenuta nel nesso aurea mediocritas.
Per quanto riguarda la poesia civile il poeta latino prende spunto dall’autorevole precedente di Alceo, ma la sua condizione è molto diversa da quella del modello. Il lirico greco partecipava direttamente e con passione alle vicende politiche della sua patria; Orazio non è invece che un semplice spettatore della vita pubblica di Roma. Il suo ruolo di vates gli permette di esortare e ammonire gravemente i concittadini, autorizzato da un’investitura divina. Nasce così una lirica articolata in momenti diversi, che vanno dall’esecrazione delle guerre fratricide e dalla preoccupazione per la situazione dello Stato fino alla celebrazione di Roma e del principe.
Lo stile Il quadro complessivo delle Odi rivela dunque un’estesa gamma di temi, che va dai contenuti lievi dei carmi amorosi fino alla materia elevata e solenne dei componimenti politici. È possibile individuare una pluralità di registri che dalla finezza leggera della poesia erotica passa alla serenità sostenuta della produzione gnomica per giungere all’altezza, e talora alla sublimità pindarica, della lirica civile. Il lessico si pone a un livello superiore rispetto al sermo delle Satire, ma resta al di sotto dell’elevatezza dell’epos; è caratterizzato dall’apertura a vocaboli non propriamente poetici e dal ricorso poco frequente ad arcaismi, neologismi e diminuitivi. La sintassi è in genere semplice, impreziosita talvolta da costruzioni greche o poco comuni. Limitata è la presenza di metafore, immagini audaci e allitterazioni; sono frequenti invece le antitesi e gli enjambements.

Le Epistole

Nel 20 a.C. viene pubblicato il I libro delle Epistole e, più tardi, il II e l’Epistola ai Pisoni. Utilizzando l’esametro, Orazio intendeva porsi sulla stessa linea della produzione satirica, adottando però una forma innovativa, lo schema epistolare in versi. Esso era già stato impiegato da Lucilio, ma era probabilmente originale l’idea di comporre un’intera silloge di lettere in versi. Più di tale novità esteriore, contano però le conseguenze che questa scelta provoca sull’impostazione dei componimenti. Presupponendo infatti un rapporto diretto con un destinatario ben definito, Orazio definisce ai testi un orientamento più rigido e preciso di quello delle Satire, che di regola apparivano genericamente rivolte dall’autore a se stesso e ad una ristretta cerchia di amici. Ciò comporta la preferenza per contenuti non generali, ma ben circostanziati e qualche volta molto specifici e minuti. Accanto a questo carattere  di novità si affiancano tuttavia due aspetti già presenti nelle Satire: da un lato la vena moralistica e soggettiva, seppure con modificazioni notevolissime, e dall’altro la tematica letteraria, sviluppata con maggior apertura e organicità. La convenzione epistolare determina la netta prevalenza dell’impostazione monologica sul dialogo e  accentua la tendenza a tradurre la riflessione etica nei modulo e nelle immagini della lingua parlata. Vengono mantenuti alcuni elementi già delle Satire, come l’uso di favole e di aneddoti, ma si attenua lo spirito, che perde le sue punte più marcatamente comiche e per assumere spesso il carattere di un fine e
leggero umorismo. A esso si aggiungono una sottile malinconia e toni più alti e commossi di quelli delle Satire. Anche il linguaggio appare più cauto, urbano e privo di elementi troppo accentuati ed energici.
I contenuti e il messaggio
La convezione epistolare determina talora componimenti d’occasione, come lettere di convenienza con la richiesta di notizie a un amico, biglietti di raccomandazione, inviti a cena, istruzioni a un servo per la consegna ad Augusto della sua opera. Assai frequenti sono poi le lettere che svolgono temi morali. Le epistole del I libro si situano infatti in un momento in cui il poeta decide di cambiar vita: il presente è il momento della presa di coscienza e della riflessione critica su se stesso. Questa insoddisfazione per la propria condizione morale è il punto di partenza per la ricerca della sapientia, intesa come strumento da applicare ai concreti problemi dell’esistenza. Poco importa pertanto la coerenza filosofica. L’autore non esita a ricorrere a precetti di scuole differenti qualora gli sembrino efficaci per affrontare le difficoltà della vita. È indiscutibile l’epicureismo di fondo. Vi è anzitutto la scherzosa definizione che Orazio dà di sé, come “maiale del branco di Epicuro”, con riferimento all’interpretazione popolare della filosofia epicurea. Il centro della riflessione oraziana continua ad essere costituito dai principi che erano fondamentali fin dalle Satire: l’autarkeia e la metriotes. A essi si aggiunge il tema tipico delle Odi, cioè l’idea dell’imminenza della morte e della necessità di godere di ogni momento dell’esistenza. Nel II libro prevale il tema letterario, in cui l’autore difende la sua opera sull’onda delle polemiche che avevano accompagnato la pubblicazione dei tre libri delle Odi.
L’Ars poetica Una sorta di trattato in versi è la lunga Epistula ad Pisones, nota anche come Ars poetica. Essa esercitò un enorme influsso nelle età successive, fornendo i principi e le norme delle poetiche classicistiche dall’Umanesimo al Settecento. Rivolgendosi a Pisone e ai suoi figli, Orazio vi espone in modo abbastanza sistematico precetti di poetica. Egli tratta prima della poesia, poi del perfetto poeta. La centralità accordata alla tragedia deriva dalla tradizione aristotelica, per cui l’arte è essenzialmente mimesis (imitazione) e quindi i generi teatrali sono la forma più importante di poesia. Orazio enuncia inoltre in modo assai efficace due principi estetici fondamentali: l’idea che la grande poesia è frutto dell’ingenium e dell’ars, e la preferenza accordata al poeta che sa miscere utile dulci (unire l’utile al piacere), dilettando e insieme ammaestrando il lettore. 

Età augustea e Virgilio


Il principato augusteo



Quando parliamo di età di Augusto indichiamo quel periodo, dopo la battaglia di Azio (31 a.C.), in cui governò Augusto, più precisamente il periodo in cui finì la repubblica e venne istituito il principato. Quando venne instaurato il principato, tutti i letterati trovano un punto di riferimento nell’imperatore. Dopo la morte di Cesare, il Senato non riuscì a garantire il ritorno alla legalità istituzionale sia per le sue divisioni interne sia per l’opposizione di gruppi sociali che si riconoscevano nel “partito” cesariano. Tra i principali capi cesariani si propose subito come successore Marco Antonio, console nel 44 a.C., ma questi dovette scontrarsi con Ottaviano, pronipote di Cesare, che lo aveva adottato e designato come erede. I rapporti tra Ottaviano e Marco Antonio furono caratterizzati da fasi di conflittualità e momenti di accordo. Lo scontro iniziale si ebbe quando ci fu la guerra di Modena, in cui Ottaviano, appoggiando il Senato che aveva dichiarato Marco Antonio nemico pubblico, riuscì a sconfiggerlo ma Marco Antonio fuggì e trovò l’appoggio di Lepido. Dopo questo scontro, inaspettatamente, Ottaviano si riconciliò con Marco Antonio e insieme a Lepido formarono il secondo triumvirato per far guerra ai cesaricidi e riprendere il controllo dello Stato. I triumviri eliminarono le liste di proscrizione appropriandosi dei beni dei proscritti per poter organizzare la guerra contro i cesaricidi (battaglia di Filippi). Una volta sconfitti i cesaricidi nella battaglia di Filippi, i triumviri si divisero i compiti militari e politici:
- Ottaviano affrontò la questione della distribuzione delle terre ai veterani;
- Lepido venne immediatamente estromesso e privato di tutti i poteri;
- Marco Antonio si legò con la regina d’Egitto Cleopatra.
Ottaviano, approfittando di questo suo legame, lo fece dichiarare nemico pubblico e gli mosse guerra. Nel 31 a.C. Marco Antonio e Cleopatra furono sconfitti ad Azio e l’anno dopo morirono. Dopo la battaglia di Azio, Ottaviano riuscì a consolidare la propria posizione politica sfruttando la volontà di tutti i ceti di ottenere la pace, accumulando così titoli e poteri che gli diedero il pieno controllo dello Stato. Appena tornato a Roma, infatti, fece chiudere le porte del tempo di Giano per dichiarare la pace ottenendo così il titolo di imperator. Successivamente, ottenne i titolo di: princeps senatus (il più autorevole dei senatori), augustus (ha una particolare autorevolezza), imperium maius et infinitum (esercita il supremo potere militare), tribunicia potestas (gode a vita dei diritti dei tribuni della plebe) e pontifex maximus (può decidere su tutte le questioni religiose). Ottaviano attuò una serie di riforme che toccarono i diversi aspetti della vita pubblica: creò un esercito volontario permanente; coinvolse il ceto equestre nelle mansioni politico-amministrative; mise mano a un’imponente trasformazione urbanistica della capitale; e riorganizzò le province a livello amministrativo. In politica estera, mirò a consolidare i confini lungo il corso del Danubio e del Reno (dopo il fallimento del tentativo di conquistare la Germania transrenana). Augusto dedicò particolare attenzione alla cultura, cercando e ottenendo l’appoggio degli intellettuali perché con le loro opere sostenessero e diffondessero gli ideali del principato, consolidando il consenso al regime; inoltre furono aperte le prime biblioteche pubbliche. In questo campo Augusto si avvalse della collaborazione di Mecenate, del cui circolo fecero parte Virgilio, Orazio e Properzio. Gaio Mecenate, discendente da una nobile famiglia etrusca, condusse un esistenza lussuosa e raffinata, dedita ai piaceri, e svolse anche personalmente attività letteraria. Infatti fu fra i principali consiglieri politici e collaboratori di Ottaviano, ma non rivestì alcuna carica. Quello di Mecenate non fu tuttavia l’unico circolo di quest’epoca: Messalla Corvino e Asinio Pollione svolsero la medesima attività di promozione culturale, ma mantennero un atteggiamento più indipendente nei confronti del regime.

Poesia e prosa nell’età di Augusto

Nell’età di Augusto si assiste a una grande fioritura dei generi poetici; i poeti augustei rimangono essenzialmente fedeli alla poetica alessandrina e neoterica per l’estrema raffinatezza formale, la “dottrina” e l’originalità. Viene meno, tuttavia, la preclusione nei confronti del poema ampio e dei generi elevati come l’èpos: se è vero che la maggioranza degli autori vi rinuncia, ciò non comporta un giudizio negativo su quel genere di poesia, quanto piuttosto una scelta dettata da ragioni di inadeguatezza personale rispetto a determinate forme espressive. Anche la storiografia conosce un’ampia diffusione, ma la maggior parte di questa produzione è andata perduta. L’unica opera sufficientemente nota, accanto  a quella del grande storico Tito Livio, sono le Historiae Philippicae di Pompeo Trogo, di cui si conservano sommari dei singoli liberi e un compendio. Si tratta della prima storia universale mai comparsa nella letteratura latina, nella quale le vicende romane occupano uno spazio modesto. Un altro documento interessante, benché accostabile al commentario autobiografico piuttosto che al genere storiografico, sono le Res gestae divi Augusti, una sorta di testamento politico scritto dallo stesso Augusto con evidenti finalità propagandistiche.

Publio Virgilio Marone 



Publio Virgilio Marone nacque nel  70 a.C. ad Andes, villaggio non lontano da Mantova. Ebbe un’istruzione completa in diverse città: dapprima a Cremona e Milano, poi a Roma, dove frequentò la scuola di retorica, e a Napoli, dove si dedicò allo studio della filosofia presso l’epicureo Sirone e dove venne a contatto con il circolo di Mecenate. La prima opera pubblicata da Virgilio fu la raccolta di carmi intitolata Bucoliche, composta nel triennio 42-39 a.C. I protettori cui il poeta si rivolge sono Asinio Pollione e Alfeno Varo, mentre l’opera successiva, le Georgiche, è dedicata a Mecenate, nel cui circolo Virgilio era entrato in seguito al vivo successo delle Bucoliche. La composizione delle Georgiche impegnò il poeta per ben sette anni. Nel frattempo era iniziata la composizione dell’Eneide a cui Virgilio dedicò gli ultimi undici anni della sua vita. Tuttavia la redazione del poema non era definitiva: il poeta giudicava l’Eneide bisognosa di una profonda rielaborazione e di un’accurata rifinitura, che avrebbero comportato, a suo giudizio, altri tre anni di lavoro. Con l’intenzione appunto di attendere a tale revisione, nel 19 a.C. Virgilio partì per un viaggio in Grecia e in Asia Minore ma, ammalatosi, morì nel 19 a.C.. Prima di lasciare l’Italia, Virgilio aveva chiesto all’amico Vario di promettergli che avrebbe bruciato il poema incompiuto, se gli fosse capitato qualcosa durante il viaggio; ma Vario aveva rifiutato. Negli ultimi giorni della malattia richiese più volte, invano, gli scrinia che contenevano l’opera, con l’intenzione di distruggerla, e nel testamento affidò a Vario e ad un altro amico, Tucca, i suoi scritti, ponendo però la condizione che non pubblicassero nulla. Nonostante la volontà dell’autore, l’Eneide fu pubblicata postuma per decisione di Augusto.

Le Bucoliche

La prima opera virgiliana, le Bucoliche, è una raccolta di dieci carmi in esametri (composti dal 42 al 39 a.C, quando Roma e l’Italia erano dilaniate dalle guerre civili), ispirati agli idilli del poeta siracusano Teocrito, iniziatore della poesia bucolica (“pastorale”). L’ambiente in cui si svolgono le vicende è una campagna idealizzata (la Sicilia, la pianura padana e l’Arcadia) in cui la vita dei pastori scorre serena. Il paesaggio è descritto per lo più con i tratti convenzionali del locus amoenus: il prato, il bosco, l’ombra degli alberi, l’acqua fresca della sorgente o del ruscello. I temi sono in gran parte tratti dal modello teocriteo: la serenità della vita agreste, la descrizione di una natura di perfetta bellezza e la poesia come valore supremo. Innovativa rispetto al genere è invece la rappresentazione di un’armonia non statica, ma continuamente minacciata da elementi di disturbo: l’amore, concepito come una sorta di follia, e le conseguenze funeste della guerra (in particolare le confische per le distribuzioni di terre ai veterani).
La struttura: Ecloghe in forma mimica, cioè dialogica (le dispari), si alternano ad altre in forma narrativa (le pari), ma all’interno della II e della X sono inseriti ampi monologhi, e l’VIII introduce e riporta una gara di canto tra pastori, topos presente anche nella III e nella VII. Strettamente collegate tra loro dall’argomento sono la I e la IX ecloga, nelle quali l’attualità romana irrompe nel mondo bucolico minacciandone la pace e la serenità.
  • La I ecloga è un dialogo tra due pastori-contadini: Melibeo, costretto ad abbandonare i suoi campo, e Titiro, che invece può conservare il possesso dei suoi beni grazie all’intervento di un “giovane” (iuvenis) conosciuto nella grande città di Roma e che egli esalta come un dio in Terra. Del carme veniva proposta già dagli antichi un’interpretazione in chiave allegorica: dietro il nome di Titiro si celerebbe Virgilio stesso, minacciato ei suoi possedimenti dalle distribuzioni di terre ai veterani e reintegrato nel possesso del suo fondo da Ottaviano. Ma l’identificazione non è totale: Titiro è senex, mentre il poeta non aveva ancora trent’anni. Quindi l’allegoria non è sistematica e il poeta parla in realtà per bocca di entrambi i suoi personaggi, esprimendo per mezzo di Titiro l’ammirazione e la gratitudine per il potente benefattore, e attraverso Melibeo l’amarezza sua e dei compatrioti per le brutali e dolorose espropriazioni, funeste conseguenze delle atroci guerre civili.
  • Anche la IX ecloga è in forma di dialogo tra due pastori, Licida e Meride, entrambi poeti, come poeta egregio è il loro amico Menalca; di lui Meride riferisce al costernato Licida che non solo ha dovuto cedere il suo piccolo podere a uno straniero, ma ha rischiato addirittura, nella contesa con lui, di perder la vita. In questo caso le allusioni alla realtà storica sono esplicite.
  • Accomunate dal tema amoroso, che viene decisamente in primo piano, sono le ecloghe II e X. La II è un appassionato canto d’amore del pastore Coridone per Alessi, un giovinetto che non contraccambia la sua passione. Troviamo per la prima volta in questo carme il tema tipicamente virgiliano dell’amore come follia, forza irrazionale e incontrollabile, che travolge l’uomo irresistibilmente e dolorosamente. Un altro amore infelice è al centro della X ecloga, l’ultima della raccolta anche cronologicamente, dedicata con affetto all’amico Cornelio Gallo: questi è rappresentato in preda alla disperazione per le infedeltà dell’amante Licoride, da cui cantata nelle sue elegie e viene trasferito da Virgilio nel mondo bucolico.
  • Tre ecloghe (III, VII e VIII) presentano il topos della gara poetica tra pastori. La III contiene un canto “amebeo” (cioè alterno), in cui ognuno dei due pastori recita due versi per volta, introducendo spunti tematici attinenti all’amore, alla poesia, a momenti di vita pastorale. Nella VII, analogamente, i contendenti si esibiscono in strofe alterne di quattro versi ciascuna. Nell’VIII, invece, i due pastori che gareggiano cantano ciascuno una volta sola, inserendo nei loro versi due ritornelli ripetuti più volte. Argomento di quest’ultimo componimento è, di nuovo, l’infelicità amorosa.
  • Il topos del canto amebeo si ritrova anche nell’ecloga V, che ha per tema la morte e la trasfigurazione di Dafni.
  • In un ambito completamente diverso ci porta la IV ecloga, all’inizio della quale il poeta esprime l’intenzione di innalzare il tono del suo canto, in modo da renderlo degno del console Pollione. In effetti, Virgilio profetizza solennemente la prossima fine di un ciclo cosmico e l’inizio del successivo, che coinciderà con il ritorno sulla Terra della mitica età dell’oro. Tale rinnovamento è collegato con l’imminente nascita di una bambino (puer) la cui infanzia, adolescenza ed età adulta vedranno il progressivo realizzarsi del mondo nuovo. L’identificazione del puer è uno dei problemi più dibattuti dalla critica virgiliana antica e moderna. Partendo dall’unico dato storico contenuto nell’ecloga II, il consolato di Asini Pollione, molti hanno indicato nel bambino un figlio dello stesso Pollione, oppure un figlio atteso da Ottaviano, o ancora il frutto che si sperava nascesse dal matrimonio di Antonio con Ottavia. Altri hanno voluto vedere nel puer lo stesso Ottaviano; altri ancora non un bambino storicamente determinato, ma semplicemente il simbolo della generazione aurea di cui si attende l’arrivo. Il problema è insolubile, anche perché l’oscurità è voluta dal poeta; tuttavia questo non ci impedisce di cogliere il significato generale del componimento: Virgilio vi esprime l’attesa e la vibrante speranza della cessazione delle lotte civili e caricano di risonanze così vaste, e l’esigenza e l’ansia contingente e potè essere interpretato in età tardo-antica e medievale come il preannuncio della nascita di Gesù Cristo, contribuendo in misura determinante al formarsi dell’immagine di un Virgilio mago e profeta.
  • Infine la VI ecloga svolge in modo originalissimo il tema del valore e dell’importanza della poesia, e non è certo un caso che essa sia collocata nella parte centrale della raccolta. Due pastorelli costringono scherzosamente Sileno a intonare un canto dia temi per lo più mitici, al centro del quale è inserito un omaggio a Cornelio Gallo, con la descrizione della sua consacrazione poetica da parte delle Muse. L’ecloga si pone dunque in modo chiaro sulla linea del gusto ellenistico e neoterico e affida a Sileno l’esaltazione della poesia e del suo potere magico e fascinatore. 
I temi Due temi fondamentali sostengono la trama delle Bucoliche: la descrizione di una natura di limpida e serena bellezza e la centralità  della poesia, intesa come piacere. Un brano che mostra bene il punto di partenza dell'arte virgiliana dal gusto alessandrino è l'invito che Coridone rivolge al puer amato a condividere con lui la vita dei campi. Quanto al tema del valore della poesia, esso è al centro dell'ecloga VI e ricorre più volte altrove. Accanto a questi temi, troviamo altri due elementi che contrastano con i primi: l'infelicità amorosa e gli amari riflessi della realtà storica. L'amore è presentato come una forma di pazzia perché priva chi ama del suo equilibrio interiore e lo condanna a tormentosa inquietudine. Le convulsioni della politica e della guerra sono invece colte nelle conseguenze perturbatrici che rischiano di sconvolgere il mondo idilliaco dei pastori nelle ecloghe I e IX.

Le Georgiche

La seconda opera virgiliana, le Georgiche, è un poema epico-didascalico in quattro libri dedicato a Mecenate, in esametri, dedicato all’agricoltura, all’allevamento del bestiame e all’apicoltura. Per evitare la monotonia, il poeta inserisce frequenti excursus, che sono tra le parti più significative dell’opera. Il filo conduttore è l’esaltazione della vita agreste e del lavoro, concepito positivamente come dono divino e fattore di progresso per l’umanità. A esso si affiancano altri temi come la celebrazione di Ottaviano, la riflessione sulla forza distruttiva dell’amore, sulla sofferenza e sulla morte, il motivo religioso. Le Georgiche trasmettono dunque un messaggio ricco d’implicazioni morali, auspicando il recupero dei più autentici valori della tradizione romana (la laboriosità, la frugalità, la religiosità, il rispetto della famiglia e della patria). Gli argomenti dei quattro libri sono sintetizzati dal poeta nei versi introduttivi. Il I libro è infatti dedicato alla coltivazione dei cereali, alle stagioni e ai segni del cielo di cui l’agricoltore deve tener conto nella sua attività; il II tratta della coltura degli alberi e in particolare della vite, il III dell’allevamento del bestiame, il IV dell’apicoltura. Nel proemio del III libro, Virgilio afferma che, per il momento, proseguirà con la poesia più modesta, di argomento agreste. È evidente che non si tratta assolutamente né di un manuale per insegnare ai contadini come si coltiva la terra né di un’opera di propaganda, scritta su ordinazione a sostegno della politica agraria del regime; del resto, quando Virgilio iniziò la composizione delle Georgiche, le guerre civili erano ben lontane dalla conclusione e il regime augusteo non si era ancora instaurato. Le Georgiche sono un’opera letteraria che ha i suoi modelli principali in Esiodo, in Lucrezio e in poeti greci di età ellenistica. Virgilio vuole trasmettere un messaggio ricco dei più autentici valori della tradizione romana, legati alla civiltà contadina e alla piccola proprietà italica, con i suoi ideali di pacifica laboriosità, frugalità, religiosità, rispetto e culto della famiglia e della patria. A quei valori Virgilio aderiva sinceramente sul piano personale; ma essi erano anche al centro del programma di restaurazione che Ottaviano si sarebbe proposto di realizzare dopo Azio.
La struttura Per quanto riguarda i proemi e i finali, il poeta ha ricercato effetti di contrasto nell’alternanza tra proemi di diversa ampiezza e tra finali che delineano quadri sereni o foschi.
  • Poco dopo l'inizio del I libro, il poeta propone una spiegazione di tipo provvidenzialistico, che gli studiosi chiamano "teodicea del lavoro".  Giove, dunque, volle che l'umanità si risvegliasse dal torpore in cui viveva nei tempi primitivi, quando la terra donava spontaneamente i suoi frutti, e creò ostacoli e difficoltà perchè gli uomini, affinando il loro ingegno nella lotta quotidiana contro una natura divenuta ostile, progredissero nel cammino della civiltà, inventando e perfezionando, mediante l'esperienza, le tecniche e le arti. La fine dell'età dell'oro e la dura necessità del lavoro non sono quindi per Virgilio la punizione divina per una colpa umana, ma un mutamento voluto da una divinità benefica per il progresso dell'umanità. Un'altra importante digressione funge da chiusa del libro I: il poeta introduce una descrizione grandiosa e terribile dei foschi presagi che accompagnarono l'uccisione di Cesare e invoca la protezione divina sul giovane Cesare Ottaviano, unica speranza di salvezza per una generazione sconvolta dagli orrori della guerra civile.
  • Il libro II contiene anch'esso notevoli digressioni di cui le principali sono due elogi: rispettivamente dell'Italia e della vita agreste. Le laudes Italiae hanno origine da una vasta panoramica di luoghi stranieri ed esotici, specialmente orientali. L'ampio finale del libro  sviluppa l'elogio della vita dei campi idealizzata come luogo di pace, di giustizia e di ogni virtù, e contrapposta alla città, luogo della corruzione morale e delle discordie civili, causate dall'ambizione di potere e dall'avidità di ricchezze.
  • In contrasto con la gioiosa serenità dominante nel II libro, il III, dedicato all'allevamento del bestiame, introduce, fin dalla parte iniziale, dopo il proemio, una nota grave e dolente. Con la sua vivissima sensibilità, Virgilio constata malinconicamente l’incombere inesorabile, sugli uomini e sugli altri animali del declino fisico e della morte. Più avanti si sviluppa una digressione sull'amore, considerato dal poeta una furia devastante che sconvolge e travolge uomini e animali, provocando rovina e morte. Il tema della morte si dispiega nell'ampio finale occupato dalla descrizione di una terribile pestilenza che si diffuse tra gli animali nel Nòrico. Virgilio riprende in questa parte e riecheggia in molti particolari la rappresentazione lucreziana della peste di Atene che chiude il De rerum natura; ma mentre il poeta-filosofo si soffermava sulle cause e sui sintomi della malattia con l'interesse proprio dello scienziato, prevalgono in Virgilio la partecipazione dolorosa e la compassione per le vittime di tanta sofferenza.
  • Il IV libro, dedicato all'apicoltura, comunica fin dall'inizio un senso di ariosa e chiara serenità. La società delle api è descritta dal poeta come una comunità ideale, perfettamente organizzata e ordinata. Le api inoltre, secondo il poeta, non sono soggette, per la riproduzione, alla schiavitù del sesso: ancora una volta l'eros è presentato come una realtà negativa, a cui soltanto le api sfuggono per singolare beneficio divino. La loro specie infatti viene rigenerata mediante un prodigio, la cosiddetta bugonia', cioè la nascita miracolosa di sciami di api dalla carcassa putrefatta di un vitello ucciso.  Per spiegare l'origine di questo portento, Virgilio inserisce un lungo racconto mitico che costituisce il finale del libro e del poema: la storia del pastore Aristeo che viene a sapere di essere stato punito per aver provocato la morte della ninfa Euridice, morsa da un serpente mentre cercava di sfuggirgli. Euridice era sposa del mitico poeta Orfeo di cui a questo punto Virgilio narra l'inutile discesa nell’Ade per riportare in vita l'amatissima sposa, che invece perde irrimediabilmente. Un "sigillo" di carattere autobiografico conclude le Georgiche: Virgilio dichiara la paternità dell’opera, ne indica il periodo di composizione facendo riferimento alla contemporanea  campagna in Oriente di Ottaviano e ricorda con affetto la città di Napoli.
L'Eneide

L’Eneide è un poema epico in dodici libri, in esametri, che ci è giunto, a detta di Virgilio, incompleto. Questo poema ha come protagonista Enea, mitico eroe troiano, progenitore di Romolo e capostipite della gens Iulia, cui apparteneva Ottaviano Augusto. Virgilio si allontana dunque dalla tradizione latina dell’epica storica d’argomento contemporaneo (che aveva avuto in Nevio ed Ennio le sue principali espressioni) per concentrarsi sul mito, una scelta che gli permette di mettere in secondo piano il motivo celebrativo ed encomiastico.
Il modello principale dell’Eneide è Omero: l’Odissea per i primi sei libri, incentrati sul travagliato viaggio di Enea da Troia al Lazio, e l’Iliade per la seconda esade, che racconta la guerra tra i Troiani e i Latini. Virgilio introduce tuttavia delle novità rispetto al modello omerico, come la vicenda di Didone, che riprende leggende estranee all’epos omerico. Originale è nell’affermazione individualistica della propria personalità, tipica degli eroi omerici, ma nella capacità di sottomettersi alla volontà degli dei (la pietas), sacrificando le esigenze personali. Diverso infine l’atteggiamento del poeta rispetto alla materia narrata: Virgilio abbandona spesso l’oggettività, uno dei tratti distintivi dell’epica omerica, per esprimere la propria partecipazione emotiva alle vicende e alle sofferenze dei suoi personaggi. L’innovazione più evidente che possiamo notare riguarda la catabasi del VI libro, ispirato all’XI libro dell’Odissea: Odisseo infatti non entra nel regno dei morti, ma rimane sulla sogli e lì gli appaiono le anime dei defunti; Enea invece compie un vero e proprio viaggio nell’oltretomba.
Il protagonista: Per la figura di Enea, Virgilio ebbe come modelli il Bellum Poenicum di Nevio, le Origines di Catone, le opere di Varrone, ma soprattutto Odisseo e Achille di Omero. Enea è il rappresentate delle virtù romane originarie, cioè di quei valori sui cui poggiava la grandezza di Roma e che Augusto si proponeva di restaurare.

Caratteristiche di Virgilio

Sono tipici di Virgilio la sobrietà espressiva e la brevitas (d’influsso alessandrino e neoterico), che dà luogo a una forte pregnanza semantica. Lo stile è fortemente condizionato – nel lessico, nella sintassi e nelle figure retoriche – dal genere letterario e tende a innalzarsi nel passaggio della poesia bucolica a quella didascalica e poi epica.

L'Appendix Vergiliana

L’Appendix Vergiliana è una silloge di componimenti poetici attribuiti a Virgilio, raccolta in età umanistica e che comprende opere di vario genere, la cui autenticità è contestata dalla maggior parte degli studiosi.

Virgilio nell'età moderna

La poesia di Virgilio fu apprezzata ininterrottamente dall’antichità fino all’età  moderna sia per le sue qualità formali sia per il messaggio universale di cui è portatrice. Il cristianesimo, in particolare, assimilò la figura del poeta facendone una sorta di profeta dell’avvento del Messia e di precursore della sua rivelazione, e il classicismo rinascimentale trovò nelle sue opere una fonte privilegiata d’ispirazione. Dopo la svalutazione del Romanticismo e di alcune correnti del Decadentismo europeo, Virgilio è tornato al centro dell’interesse della critica e della cultura novecentesca.