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giovedì 11 agosto 2016

Machiavelli e Guicciardini


Machiavelli


La vita

L’attività politica
Niccolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469da una famiglia borghese. Ebbe un’educazione umanistica, basata sui classici latini, ma non apprese il greco. Faceva parte degli oppositori di Savoranola, un partito politico della città. Divenne segretario della seconda cancelleria del Comune. I suoi incarichi gli conferivano grandi responsabilità nella politica della Repubblica. Da questi incarichi ottenne poi anche spunto per le riflessioni, le teorie e le analisi trasferite poi nelle sue opere. Presso il re Luigi XII cominciò a conoscere la forte monarchia francese e la salda struttura di quello Stato Assoluto moderno, per cui ebbe sempre ammirazione. Compì una missione presso Cesare Borgia (figlio di papa Alessandro VI) e restò molto colpito dalla sua figura di politico audace e spregiudicato. Nel Principe la figura di Cesare Borgia viene assunta come esempio della “virtù” che deve avere un nuovo principe. Durante una successiva missione presso Cesare Borgia, Machiavelli potè conoscere la sua freddezza e la sua decisione spietata. Dopo la morte di papa Alessandro VI e del suo successore Machiavelli, in un conclave, assistette alla rovina della politica di Cesare Borgia che dopo questa morì.
La riflessione politica e le missioni diplomatiche
Nel frattempo Machiavelli si dedicò anche all’attività letteraria e scrisse in versi una cronaca delle vicende italiane. In questi anni Machiavelli si adoperò per convincere i maggiorenti della città a creare una milizia comunale e si recò nelle campagne per arruolare soldati, in quanto sosteneva che bisognava evitare le infide milizie mercenarie e bisognava creare un esercito permanente. Costituita così la magistratura dei Nove, Machiavelli ne divenne segretario. Durante un viaggio in Svizzera e in Germania restò ammirato dalla compattezza delle comunità di quei popoli e dalle loro forti tradizione civili e guerriere, che ricordavano i primi tempi della Roma repubblicana. Nel 1511 scoppiò uno scontro tra la Francia e la Lega Santa, che vide la caduta della Repubblica, il ritorno dei Medici a Firenze e il licenziamento di Machiavelli da tutti i suoi incarichi.
L’esclusione dalla vita politica
L’esclusione dalla vita politica fu per lui un colpo durissimo. Fu anche sospettato di aver preso parte ad una congiura antimedicea, torturato e tenuto in prigione per quindici giorni. Quando uscì si ritirò a San Casciano dove scrisse il Principe, la Mandragola e iniziò i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Tuttavia non riusciva a stare lontano dalla vita politica e per questo cercò un riavvicinamento con i Medici, dedicando il Principe a Lorenzo de’ Medici. Nonostante ciò, i Medici continuarono a guardarlo con diffidenza. Quando morì Lorenzo, Machiavelli riuscì a tornare a Firenze il cui governo era stato assunto dal cardinale Giulio de’ Medici. Fu proprio a Giulio de’ Medici che Machiavelli dedicò le Istorie fiorentine. Nel 1527, però, i Medici vennero cacciati nuovamente da Firenze e si riaffermò la Repubblica: Machiavelli però venne guardato con sospetto e ammalatosi all’improvviso, morì nel 1527.

L’epistolario

Solo parzialmente ci sono pervenute le lettere “familiari” che Machiavelli scrisse ad amici e conoscenti. In esse si alternano argomenti e toni vari: vi si trovano riflessioni di teoria politica, ma anche scherzi, sfoghi di umore, descrizioni di figure e macchiette, spunti di novelle. Tra tutte queste spiccano le lettere scritte a Francesco Vettori precedentemente alla perdita degli incarichi politici. Sono la riflessione sulla situazione politica, ma anche spunti autobiografici e resoconti della propria vita quotidiana. Famosissima è quella del 10 dicembre 1513, in cui Machiavelli descrive la sua giornata di esilio all’Albergaccio, le futili occupazioni del mattino e del pomeriggio, a cui si contrappone lo studio serale dei classici. Questa lettera è anche importante perché fornisce l’indicazione dell’avvenuta composizione del Principe. Fra le lettere fanno anche ricordati i cosiddetti Ghibizzi al Soderini, un abbozzo di epistola indirizzata al nipote del gonfaloniere fiorentino, Giovan Battista Soderini. È importante perché contiene alcuni punti fondamentali del pensiero di Machiavelli: la necessità di adattare il proprio modo di procedere con i tempi, seguendo la Fortuna, la conoscenza della realtà che può avvenire sia direttamente o anche attraverso i libri.

Gli scritti politici del periodo della segreteria (1498-1512)

Le Legazioni e commissarie
Tra gli scritti politici di questo periodo vanno distinti innanzitutto quelli ufficiali, le cosiddette Legazioni e commissarie, cioè le relazioni e i dispacci inviati al governo fiorentino durante i vari incarichi. Sono testi interessanti, perché si può cogliere il pensiero di Machiavelli e si vedono gli schemi di analisi delle situazioni storiche, l’affermazione del principio dell’esperienza come fonte della conoscenza, il riferimento agli esempi Romani. Anche in  quelli che dovrebbero essere documenti ufficiali, emerge la vigorosa personalità intellettuale dello scrittore. I più interessanti di questi documenti sono quelli che si riferiscono ai momenti salienti della politica di Cesare Borgia.
Scritti sulla politica italiana
Ci sono giunte anche altri brevi scritti politici, meno ufficiali. Il primo è il Discorso sopra le cose di Pisa, dove si sostiene la necessità della forza per sottomettere la città che si era ribellata al dominio fiorentino. In un’altra opera Machiavelli consiglia di non cercare la vita di mezzo per le soluzioni delle questioni politiche, ma di prendere decisioni rapide come facevano gli antichi Romani.
Il Ritratto delle cose della Magna e il Ritratto delle cose di Francia
Vi sono poi gli scritti in cui Machiavelli raccoglie le riflessioni suscitate dalle sue missioni in Germania e in Francia. La Francia per Machiavelli diventa il modello di uno stato moderno, solido, unito; mentre il modello germanico, frazionato in feudi e comunità cittadine, gli appare disunito e debole.

Il Principe e i Discorsi

Il Principe
Il genere e i precedenti dell’opera
Il Principe è un trattato di dottrina politica scritto da Niccolò Machiavelli, nel quale espone le caratteristiche dei principati e dei metodi per mantenerli e conquistarli. L'opera non è ascrivibile ad alcun genere letterario particolare, in quanto non ha le caratteristiche di un vero e proprio trattato; se ne è ipotizzata la natura di libriccino a carattere divulgativo. Già nel Medioevo erano diffusi trattati basati su modello del principe e venivano chiamati specula principis (“specchi del principe”). L'intera opera fu composta nella seconda metà del 1513 all'Albergaccio, tranne la dedica a Lorenzo de' Medici e l'ultimo capitolo, composti pochi anni dopo. Machiavelli, nella Lettera a Francesco Vettori, manifestò la volontà di dedicare l'opera a Giuliano de' Medici ma, dopo la morte di questi, la dedicò a Lorenzo de' Medici. L'intenzione era in ogni caso di dedicare l'opera al detentore del potere nella famiglia Medici, con la speranza di riacquistare l'incarico di Segretario della Repubblica.
La struttura e i contenuti
Il Principe è formato da una dedica e da ventisei capitoli di varia lunghezza; l'ultimo capitolo consiste nell'appello ai de' Medici ad accettare le tesi espresse nel testo. Gli argomenti sono divisi in sezioni:
·         Nei primi undici capitoli, Machiavelli distingue tra principati ereditari  e nuovi; questi ultimi a loro volta possono essere misti, aggiunti come membri allo Stato ereditario di un principe o nuovi del tutto; a loro volta questi possono essere conquistati con la virtù e con armi proprie, oppure basandosi sulla fortuna e su armi altrui. In questi capitoli Machiavelli distingue anche tra la crudeltà “bene e male usata”: la prima è quella impiegata solo per assoluta necessità; la seconda, invece, è quella compiuta per l’esclusivo vantaggio del tiranno.
·         Nei capitoli XII e XIV Machiavelli giudica negativamente l’uso degli eserciti mercenari, perché essi sono infidi e costituiscono una delle cause principali della debolezza degli Stati italiani.
·         Nei capitoli XV e XXVI tratta delle qualità che deve possedere un “principe ideale”: la disponibilità ad imitare i grandi uomini a lui contemporanei o del passato; la capacità di mostrare la necessità di un governo per il benessere del popolo; il comando sull'arte della guerra per la sopravvivenza dello stato; la capacità di comprendere che la forza e la violenza possono essere essenziali per mantenere stabilità e potere; la prudenza; la saggezza di cercare consigli soltanto quando è necessario; il rilevante potere di controllo della fortuna attraverso la virtù (la metafora utilizzata accosta la fortuna ad un fiume, che deve essere contenuto dagli argini della virtù); la capacità di essere leone, volpe e centauro (leone forza - volpe astuzia - centauro come capacità di usare la forza come gli animali e la ragione come l'uomo).
I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio
I contenuti e il problema del genere
I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio derivano dalle carte “liviane”, cioè dagli appunti a cui Machiavelli affidava le riflessioni politiche suggeritigli dalla lettura dei primi dieci libri della Storia di Livio. I Discorsi sono dedicati a due amici Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai, due esponenti di un cenacolo di intellettuali che guardavano Machiavelli come un maestro. L’opera fu divisa in tre libri con diverse tematiche: nel primo si tratta delle iniziative politiche di Roma; nel secondo delle iniziative politiche e di espansione dell’Impero; infine, nel terzo si tratta delle azioni dei singoli cittadini. L’analisi della storia romana offre continuamente uno spunto per riflessioni sui problemi politici di Firenze e dell’Italia. Se il Principe può essere ricondotto ad un preciso genere rinascimentale, il trattato, e si collega a tutta una tradizione di trattatistica politica umanistica, i Discorsi non rientrano in nessun genere letterario, in quanto l’opera si presenta come una riflessione sui singoli temi. Quindi è un opera completamente differente dal Principe.    
Il rapporto tra Discorsi e Principe e l’ideologia politica dell’autore
Una differenza sostanziale tra le due opere riguarda la differenza di pensiero presente: infatti se nel Principe Machiavelli esaltava la forma di governa monarchica ed assoluta, celebrando le “virtù” del principe; nei Discorsi lascia trasparire un avvicinamento alla repubblica, considerandola la forma più alta e preferibile di organizzazione dello Stato. Questa contraddizione ha causato diverse dispute fra gli studiosi. La spiegazione più plausibile è che Machiavelli è sempre stato repubblicano, ma ha dovuto scrivere il Principe a causa della crisi italiana. 
Il pensiero politico nel Principe e nei Discorsi
Teoria e prassi
Machiavelli non è un “teorico” che vuole costruire una teoria politica, bensì la vuole applicare alla realtà storica. Per questo il suo pensiero si presenta come una stretta fusione di teoria e prassi che coesistono. Alla base della riflessione di Machiavelli vi è la consapevolezza della crisi che l’Italia sta attraversando, in quanto gli Stati italiani stanno per perdere la loro indipendenza politica. Per Machiavelli l’unica soluzione è un principe dalle straordinarie virtù per salvare la penisola. Nonostante questo sia il pensiero principale, in Machiavelli sorgono anche altre riflessioni che permettono di sollecitare l’interesse del lettore.  
La politica come scienza autonoma
Machiavelli è considerato il fondatore della moderna scienza politica. La teoria politica del Medioevo era subordinata alla morale, nel senso che il giudizio sull’operato di un politico era soggetto al criterio del bene e del male. Machiavelli, invece, rivendica l’autonomia del campo dell’azione politica, in quanto essa possiede delle proprie leggi specifiche. Questa è una novità eccezionale, in quanto Machiavelli ha il coraggio di mettere in luce ciò che avviene realmente nella politica. Infatti dichiara di voler andare dietro alla verità effettuale delle cose anziché all’immaginazione di essa. 
Il metodo
Inoltre Machiavelli delinea anche il metodo di questa nuova scienza. Nella trattazione del Principe e dei Discorsi, emerge come il pensiero di Machiavelli dia deduttivo, cioè sia ricavato per deduzione da principi primi universali e indimostrati. L’esperienza per Machiavelli può essere di due tipi: quella diretta, ricavata dalla partecipazione personale alle vicende presenti, e quella ricavata dalla lettura degli autori antichi. Queste due tipologie Machiavelli li chiama rispettivamente “esperienza delle cose moderne” e “lezione delle antique”. 
La concezione naturalistica dell’uomo e il principio di imitazione
Alla base di questo modo di accostarsi alla storia vi è la consapevolezza di Machiavelli di poter formulare delle vere e proprie leggi traendo spunto dalla storia antica. Nel Proemio dei Discorsi egli constata che l’imitazione degli antichi ai suoi tempi è molto praticata nelle arti figurative, nella medicina e nel diritto. Quindi spera che gli uomini di oggi guardino a quei grandi esempi, li prendano a modelli e si sforzino di riprodurli.
Il giudizio pessimistico sulla natura umana
Punto di partenza per la formulazione di tali leggi è una visione crudamente pessimistica dell’uomo come essere morale. Gli uomini per Machiavelli sono malvagi. In un passo del Principe spiega che sono malvagi perché sono legati maggiormente alle cose materiali e non ai sentimenti nobili. L’uomo politico deve agire su questo terreno, non su un terreno ideale. Il principe non può seguire sempre e solo la virtù, deve sapere essere anche cattivo, dove lo richiedano le esigenze dello Stato.
L’autonomia della politica dalla morale
In Machiavelli c’è un profondo, sofferto travaglio morale. Egli sa bene che certi comportamenti del principe sono ripugnanti, ma ha il coraggio di distinguere il giudizio politico da quello morale: questi comportamenti che sono “malvagi” secondo la morale, sono “buoni” in politica. Viceversa altri  comportamenti sono “cattivi” in politica, perché indebolirebbero lo Stato e comprometterebbero la sua sicurezza. Tuttavia Machiavelli non è giustifica questi comportamenti malvagi, semplicemente constata che certi comportamenti , buoni o cattivi che siano, sono indispensabili per conquistare e mantenere lo Stato. Compire atti malvagi sono una triste necessità a cui il politico si deve piegare, perché deve fare i conti con la reale natura dell’uomo. A questo punto Machiavelli distingue tra “principi e “tiranni”: principe è chi opera a vantaggio dello Stato; tiranno è chi è crudele senza necessità e solo a sua vantaggio. 
Lo Stato e il bene comune
Solo lo Stato può costituire un rimedio alla malvagità dell’uomo. La durezza e la violenza del principe devono sempre avere per fine il bene comune, cioè la salvaguardia della convivenza civile. Per mantenere lo Stato sono necessarie certe virtù civili, l’amore di patria, l’amore per la libertà, la solidarietà, l’onestà, che costituiscono la base del vivere collettivo. Ma per mantenere queste virtù occorrono delle istituzioni: la religione, le leggi, le milizie. A Machiavelli non interessa la religione nella sua dimensione concettuale, ma solo come instrumentum regni, come “strumento di governo”. La religione, quindi, obbliga i cittadini a rispettarsi gli uni con gli altri. Questa era la concezione che i Romani avevano della religione e che Machiavelli condivideva. Le milizie sono le forze dello stato, ma devono essere composte di cittadini. La forma di governo che meglio rispecchia questa idea di Stato ordinato e sicuro è quella repubblicana.
Virtù e fortuna
Si delineano così due concezioni della virtù: la virtù eccezionale del singolo, del politico-eroe, che brilla nei momenti di eccezionale gravità, e la virtù del buon cittadino, che opera entro stabili istituzioni dello Stato. Machiavelli tuttavia ha una visione eroica dell’uomo ma, al contempo, ne delimita i limiti. Questi limiti sono causati dalla fortuna, che è il frutto di una concezione laica che riconosce nel mondo la presenza della provvidenza. Dalla tradizione umanistica Machiavelli riprende la convinzione che l’uomo può fronteggiare vittoriosamente la fortuna. Per Machiavelli vi sono vari modi con cui l’uomo può contrastare la fortuna:
·         con l’”occasione”, cioè con lo stimolo ad una virtù eccezionale;
·         con la previsione;
·         con la virtù, che è un insieme di diverse qualità:
o    la perfetta conoscenza delle leggi generali dell’agire politico;
o    la capacità di applicare queste leggi ai casi concreti e particolari;
o    la decisione, l’energia, il coraggio nel mettere in pratica ciò che si è disegnato.
·         con la duttilità dell’adattare il proprio comportamento alle varie esigenze oggettive che via via si presentano, alle varie situazioni, ai vari contesti in ci si è obbligati ad operare. 
Realismo “scientifico" e utopia profetica
Le idee politiche di Machiavelli si organizzano in un sistema logico che possiede i caratteri di un vero e proprio sistema scientifico, che deriva dalla necessità di interessi pratici immediati. Questi interessi sono un potente stimolo alla formazione del pensiero scientifico, perché inducano il pensatore ad aderire alla verità effettuale della cosa. L’aderenza alla verità effettuale avrebbe dovuto far percepire a Machiavelli l’effettiva crisi italiana inducendolo al pessimismo e allo scetticismo, però la passione politica ha il sopravvento sul freddo calcolare. Nella parte finale del Principe, all’analisi scientifica delle leggi della politica si sostituisce un atteggiamento profetico e messianico, pervaso da un vibrante accento passionale. Machiavelli quindi descrive le fondamenta teoriche di uno Stato moderno, unito, forte, libero dalle spinte disgregatrici del particolarismo feudale e municipale, basato su istituzioni stabili, su buone leggi, su un esercito regolare e soprattutto sul consenso dei cittadini; ma le condizioni per dare vita a tutto questo in Italia non esistevano più.  
La lingua e lo stile
L’originalità sconvolgente del pensiero di Machiavelli si riflette sullo stile del suo argomentare. È uno stile profondamente diverso da quello del genere trattatistico rinascimentale. Quest’ultimo tende al sublime, impiegando tutte le risorse della retorica utilizzando un lessico scelto e aulico e costruendo un periodare complesso, ricco di subordinate e molto strutturato. Machiavelli rifiuta esplicitamente questo modello.
Le Istorie fiorentine
Machiavelli riceve dallo Studio fiorentino l’incarico di scrivere una storia di Firenze. L’opera viene consegnata al cardinale Giulio de’ Medici. Le Istorie fiorentine sono scritti in lingua volgare e sono divise in otto libri: nel primo vi è una sintesi della storia d’Italia dalla caduta dell’Impero romano fino al 1434; i libri II-IV narrano la storia di Firenze sono al 1434; i libri V-VIII si concentrano più minutamente sulla storia di Firenze e dell’Italia fino alla morte di Lorenzo il Magnifico. A Machiavelli non interessa una semplice ricostruzione cronachistica dei fatti, ma la sua narrazione storia è tutta impregnata dai suoi interessi politici. Egli risale al passato, ma guarda al presente, ai suoi problemi e ai suoi conflitti. Per conservare l’indipendenza del giudizio ricorre ad un espediente, l’inserzione di discorsi fittizi, attribuiti ai personaggi storici del passato.
La Mandragola
Il testo letterario più importante di Machiavelli è una commedia, la Mandragola, che è un autentico capolavoro. Fu scritta a poca distanza cronologica dia primi esemplari della commedia classicheggiante. Risale quindi al periodo in cui Machiavelli era forzatamente escluso dall’attività politica e riflette lo stato d’animo risentito e amaro di quegli anni. Fu forse rappresentata per le nozze di Lorenzo de’ medici ed ebbe un notevole successo. L’intreccio ricalca gli schemi propri del teatro comico del tempo: una vicenda d’amore contrastato, che si risolve felicemente grazie all’intervento di uno scaltro parassita, sul modello della commedia latina, e la vicenda di uno sciocco beffato, che risale alla novellistica toscana. La comicità di Machiavelli è cupa, amara, quasi sinistra. L’impostazione del testo è quindi fortemente problematica.

Guicciardini


La vita

La formazione e la carriera pubblica
Francesco Guicciardini nacque, da una famiglia della ricca oligarchia, nel 1483 a Firenze. Soggiornò a Ferrara per due anni per poi continuare gli studi a Padova. Rientrato a Firenze vi esercitò, l’incarico di istituzioni di diritto civile. Francesco si sposa contro il volere paterno con un appartenente ad una famiglia che si opponeva a Soderini. Ma Guicciardini considerava soprattutto il prestigio goduto a Firenze dai parenti della moglie. Dopo il matrimonio iniziò la sua carriera pubblica. Divenne ambasciatore del re di Spagna. Dall’esperienza spagnola nasce la Relazione di Spagna, un’analisi lucida e nitida delle condizioni sociali e politiche della penisola iberica. Nel 1513 torna a Firenze, dove erano rientrati i Medici. Alla morte di Leone X si trova a Parma a fronteggiare l’assedio dei Francesi. Nel 1523 conferma le proprie doti diplomatiche e mostra uno spiccato senso di giustizia sociale. Per contrastare lo strapotere di Carlo V, propugnò un alleanza fra gli Stati italiani e la Francia. L’accordo venne sottoscritto a Cognac ma la Lega fu ben presto sconfitta; nel 1527 le truppe imperiali saccheggiavano Rom, mentre a Firenze veniva instaurata la terza e ultima Repubblica.
L’allontanamento dalla politica e gli ultimi incarichi diplomatici
Coinvolto in queste vicende preferì rifugiarsi nella sua villa di Finocchieto. Qui compose due orazioni e una lettera, in cui espone le accuse che potevano essere mosse al suo operato e le confuta. Il suo pessimismo aveva tratto decisive conferme dalle ultime e tragiche vicende. Dopo la confisca dei beni, lasciò Firenze per mettersi di nuovo al servizio di Clemente VII, che gli offrì un incarico diplomatico a Bologna. Con il ritorno dei Medici, rientrò nella sua città, dove fu scelto come consigliere del granduca Alessandro; il successore di questi non gli riconfermò invece la fiducia, lasciandolo in disparte. Guicciardini si ritirò allora nella villa di Arcetri, dove trascorse gli ultimi anni dedicandosi all’attività letteraria. Morì nel 1540.  

Le opere minori

Le Storie fiorentine e i Discorsi politici
Le Storie fiorentine abbracciano il periodo compreso fra il tumulto dei Ciompi e la battaglia della Ghiara d’Adda. L’autore si preoccupa di indagare le cause degli eventi, mettendo in risalto le figure dei protagonisti con un interesse volto ad illustrare le contraddizioni del presente. Nei Discorsi politici Guicciardini valuta le forme istituzionali del governo cittadino: la soluzione repubblicano e il principato, ristabilitosi con il ritorno dei Medici. Questi scritti presentano un’impostazione pragmatica, che muove da quella che Machiavelli aveva definito la realtà effettuale delle cose.
Il Dialogo del reggimento di Firenze
Un’altra opera programmatica è il Dialogo del reggimento di Firenze, in due libri. In quest’opera Guicciardini immagina una discussione svoltasi a Firenze due anni dopo la morte di Lorenzo il Magnifico. Gli interlocutori sono il padre dello scrittore, Paolantonio Soderini, Pier Capponi e Bernardo del Nero. Quest’ultimo dimostra ai tre amici quanto illusoria sia la loro fede repubblicana, sostenendo che la democrazia presenta più numerosi e gravi difetti della monarchia. Emerge sin d’ora la convinzione che né in politica, né in morale si possono dare delle regole assolute, valide in ogni tempo ed in ogni luogo.
Le Considerazioni intorno ai “Discorsi” del Machiavelli
Posteriori sono le Considerazioni intorno ai “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio” del Machiavelli”. Attraverso un’analisi rigorosa dell’opera del segretario fiorentino, Guicciardini cerca di dimostrare che i suoi ragionamenti sono in realtà infondati ed arbitrari. Il dissenso non si riferisce solo ai singoli momenti della trattazione, ma investe i fondamenti stessi della filosofia della storia, su cui Machiavelli basava il suo “classicismo”. La storia romana non conserva, per Guicciardini, alcun valore esemplare, dal momento che non ci sono leggi e modelli assoluti, che permettano di comprendere e di valutare la realtà.

I Ricordi

La visione della realtà
La concezione della realtà e della storia trova la sua verifica più significativa e convincente nei Ricordi, in cui si vede come Guicciardini respinga qualunque visione utopica, consolatrice o edulcorata della realtà. Guicciardini tende a giudicare positivamente la fede perché il tempo determina la fortuna degli ostinati. Sotto gli altri aspetti la fede è considerata con tono freddo, distaccato, quasi ironico. Parole molto dure sono rivolte anche all’istituzione ecclesiastica ed agli uomini di Chiesa. La mancanza di una visione provvidenziale della storia porta Guicciardini a sottolineare la varietà infinita di casi ed accidenti, di fronte ai quali gli uomini sono impotenti e a nulla valgono le costruzioni astratte e teoriche, inadatte a penetrare e spiegare una realtà in perenne evoluzione. Per riuscire a comprenderla è necessaria la “discrezione”, cioè la capacità di distinguere e decidere  volta per volta sfruttando la saggezza che viene dall’esperienza.
La genesi e i caratteri dell’opera
I Ricordi accompagnano vari periodi dell’attività di Guicciardini. Si tratta di “esempi”, che possono offrire un utile insegnamento ma che non hanno, tuttavia, una validità assoluta, in quanto la realtà non obbedisce a leggi universali per le infinite possibilità offerte dal reale, la forma della conoscenza non può essere ch limitata e relativa. Di qui deriva anche la struttura del libro, in cui i ricordi si susseguono indipendentemente l’uno dall’altro, senza fondersi in un quadro complessivo e unitario. I Ricordi sono 221. La redazione del 1530 rappresenta l’approdo e la conclusione degli interventi correttivi di Guicciardini.
I Ricordi come “anti-trattato” e l’elogio del “particolare”
Il libro fornisce un ritratto completo e fedele dello scrittore. La frantumazione del reale determina una più difficile e sofferta tensione conoscitiva, alla quale corrisponde la struttura frammentaria dell’opera: i Ricordi sono una specie di “anti-trattato”, in quanto rinunciano a una compiutezza sistematica e totalizzante del discorso. La visione disincantata della realtà porta lo scrittore all’elogio del “particolare”, dell’interesse personale, come scopo ragionevolmente perseguibile dal savio. La ricerca del bene individuale è ben più che l’ansia di ottenere qualche pecuniario. Quelli che lo intendono così in realtà non conoscono bene quale sia il suo interesse. Le critiche che gli vennero rivolte quando difese Alessandro de’ Medici dinanzi a Carlo V e dopo l’uccisione di Alessandro, favorì l’elezione di Cosimo, erano a suo parere totalmente ingiustificate. L’interesse era quello di non rinunciare all’attività politica, essendo questo l’unico modo per poter giovare alla città. Il “particolare” sarà quindi da intendere come un elemento essenziale, una forma o una categoria della conoscenza necessaria per stabilire o meno l’opportunità dell’azione. 

Barocco e i suoi rappresentanti




Il seicento è un secolo caratterizzato da aspri conflitti e profonde trasformazioni sociali, artistiche e culturali. In questo periodo viene raggiunta la soluzione dello scontro, avviato dal Concilio di Trento, tra Riforma e Controriforma, che interessa ogni aspetto della vita della società e di tutti gli uomini. Tutta l’Europa in questo periodo è caratterizzata dalla coscienza della crisi degli antichi modelli che vengono messi in discussione al fine di formulare proposte innovative. Nel Seicento si sviluppa una corrente artistico-culturale, chiamata "barocco". L’etimologia del termine deriverebbe dal portoghese baroco, ovvero "perla irregolare". Questo termine si contrappone alla regolarità che caratterizzava, invece, l’età rinascimentale. Tale corrente vuole stabilire un canone di lingua pura ed è proprio questo alla base dell’Accademia della Crusca, che aveva assunto questo nome perchè il fine che si proponeva era separare la lingua pura da ogni impurità, come si separa la farina dalla crusca, il materiale di scarto. Ogni aspetto della vita e della cultura dell’età barocca nasce dallo scontro fra due visioni del mondo: quello della tradizione e quello dinamico. Possiamo distinguere il Seicento in due periodi : il primo periodo caratterizzato dallo sviluppo dell’esperienza innovatrice della poesia barocca e il secondo periodo caratterizzato dalla poca autonomia dei diversi Stati Italiani dall’autorità religiosa e dalla minima libertà concessa agli uomini di cultura, appartenenti ai vari stati. Le corti si identificano sempre più con l’apparato burocratico statale e il “cortigiano” si trasforma sempre più nel “segretario” del principe. In questo periodo agli artisti viene affidato il compito principale di creare e diffondere un’immagine positiva del principe. Pochissimi letterati possono raggiungere una sistemazione stabile e prestigiosa nell’ambito delle corti.  Nel Settecento il Barocco si diffonde in tutta la Sicilia ed alcuni dei suoi elementi più caratteristici sono:
  • la presenza di mascheroni e putti come decorazione di balconi e varie parti delle trabeazioni degli edifici;
  • i balconi sono arricchiti da inferriate panciute in ferro battuto;
  • la presenza di scalinate scenografiche all'ingresso di chiese ma anche di ville e palazzi;
  • le facciate dalla geometria complessa e ricca di elementi e colonne;
  • interni, in particolare quelli delle chiese, ricche di sculture, stucchi, affreschi e marmi. 

La lirica barocca
La lirica barocca riflette i caratteri generali del gusto dell'epoca: la ricerca dell'ingegnoso e del sorprendente. L'ingegnosità barocca sta alla base della ricercata semplicità, la sazietà dell'artificio generando il desiderio dell'ingenuo, il raffinamento arido portando a far vagheggiare il fanciullesco. Si ebbe così tra la fine del Seicento e fin dopo la metà del Settecento una fiorita di poesia idillica pastorale e galante (che in Italia prese il nome di Arcadia). La dissoluzione della lirica "classica" fu proseguita principalmente in Inghilterra e, quindi, negli altri paesi germanici (ma in parte sotto l'influenza del Rousseau), verso e dopo la metà del sec. XVIII, per opera di quei letterati che oggi diciamo "preromantici".

I maggiori esponenti
I maggiori esponenti della poetica barocca furono:  Alessandro Tassoni , che rivendicava al poeta il compito di adeguare i modelli classici alle nuove esigenze di maggiore espressività; e Giovan Battista Marino caposcuola della  nuova generazione di poeti ”novatori”Marino per giustificare la propria posizione tratta l’argomento della ”svogliatura” ossia la stanchezza del gusto causata dalla ripetività delle convenzioni. Credeva che i poeti in questo periodo assumono una nuova funzione sociale , la loro posizione era, infatti, vincolata all’arbitrio e al giudizio dei principi temporanei.

Giovan Battista Marino


Giovan Battista Marino nasce a Napoli nel 1569. Abbandonò gli studi legali per dedicarci all’attività letteraria, ma i primi anni della sua vita li trascorse in carcere. Quando uscì, trovò un impiego presso il nipote di papa Clemente VIII, grazie a cui conobbe molti poeti e pittori bolognesi innovativi. Si guadagnò il segretariato ducale, sostituendo Murtola con cui aveva scambiato versi polemici e satirici. Ma subito dopo questo incarica Marino cadde in disgrazia e tornò nuovamente in carcere. Nei due anni successivi curò un’edizione della sua raccolta di liriche, intitolata la  Lira. Nel 1615 fu accolto alla corte parigina, dove ottenne una modesta pensione che gli permetteva di dedicarsi alle sue opere, tra cui la Galeria, la Sampogna e l’Adone. Quando rientrò in Italia, Marino trascorse gli ultimi anni della sua vita a Napoli dove si dedicò alla pubblicazione dell’Adone e dove morì nel 1625. Grazie alla sua ambizione Marino seppe conquistarsi la fama di cui godeva, attraverso le relazioni strette con i maggiori esponenti della letteratura vecchia e nuova, attraverso i potenti protettori e attraverso numerosi scandali e polemiche sulla sua personalità. Le opere di Marino, però, furono anche accolte in questo periodo a causa di esigenze sociali e civili che si andavano affermando nel nuovo secolo. Quindi Marino seppe semplicemente riconoscere le spinte innovative che si stavano diffondendo. Marino è il massimo esponente di una civiltà che trova la sua massima manifestazione nel godimento raffinato e consapevole del piacere. La Chiesa impedì la pubblicazione dell’Adone, che fu definitivamente condannato dall’autorità ecclesiastica e incluso nell’Indice dei libri proibiti. Marino non imita semplicemente i modelli, bensì si dedica ad apportare variazioni ingegnosi a questi modelli per utilizzare tutto il materiale letterario disponibile. La tendenza all’innovazione che contraddistingue fortemente l’opera di Marino gli garantisce un ampio successo di pubblico e la benevolenza dei mecenati presso le corti più prestigiose d’Italia e Francia. Sull’esempio di Marino, tutta la produzione lirica italiana del secolo barocco presenta un’accentuata varietà di temi. Nella poesia d’amore avviene l’innovazione più evidente, in quanto le raffigurazioni femminili sono molto diverse non sempre riconducibili a un canone estetico di armonia. La costruzione tipica del sonetto marinista sviluppa la metafora iniziale in una serie incalzante di immagini che a loro volta alludono ad altre immagini riferibili a una realtà più ampia, allo scopo di rafforzare il sentimento di sorpresa che ha dato l’inizio al componimento. 
L’Adone di Marino è un’opera che meglio di ogni altra porta in evidenza le caratteristiche della letteratura barocca. Esso tratta della favola meravigliosa degli amori tra venere e adone, la stessa narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Adone fa innamorare di sé venere e suscita la gelosia di marte, questi lo fa assalire da un cinghiale, che lo ferisce a morte. L’estensione dell’opera presenta numerosissime accessori e digressioni, ampie parti descrittive e un inserimento complicato di narrazioni secondare poiché Adone molto spesso si limita ad ascoltare il racconto di altri miti che interessano altri personaggi. L’autore appare disinteressato nel evidenziare la concatenazione logica del racconto (filo conduttore della storia). La voce di Giovan Battista Marino evoca una realtà raffinata e preziosa in cui l’unica forma di azione possibile è l’erotismo e il godimento delle esperienze materiali e sensuali. L’esperienza è ridotta infatti a sensazioni poiché la realtà appare esistere solo per essere colta attraverso i sensi; cosi Marino, sconvolge i principi del poema epico e fa dell’Adone un “ricettore” di sensazioni. Come appare nell’opera le azioni non legano un evento all’altro ma va il filo unificatore va ricercato sul piano formale e linguistico tuttavia il vero protagonista è il linguaggio con cui vengono raffigurate le sensazioni, costituito sulla base di metafore e di concetti uniti da una maestria musicale. L’opera è strettamente identificata con il gusto per l’insolito e il gioco del concetto tipico del Barocco. L’Adone costituisce la punta più avanzata nella costruzione di un universo poetico retto da norme assolutamente opposte a quelle con cui si voleva garantire l’ordine tradizionale.

Nei canzonieri dei marinisti della seconda metà del secolo, ad esempio in Ciro di Pers, alcuni temi legati allo scorrere inarrestabile del tempo creano molta suggestione. La poesia di Claudio Achillini è invece connotata dall’inclinazione all’accostamento audace di elementi opposti. Il progressivo prevalere di questi temi testimonia la profonda drammaticità con cui il letterato barocco vive il suo tempo. Anche la produzione degli autori che si riallacciano all’esperienza dei classici, come Gabriello Chiabrera, risulta fortemente condizionata dalla “tendenza all’effetto”, propria del gusto barocco e affine alla lirica marinista. Il rinnovamento metrico fatto da Chiabrera mette in discussione la metrica tradizionale, destabilizzando gli ideali. Da un punto di vista contenutistico, poi, il classicismo di Chiabrera e dei suoi seguaci presenta una maggiore moderazione nella scelta degli accostamenti metaforici rispetto alla poetica marinista, ma i cambiamenti influenzano anche i classicisti spingendoli a superare i limiti imposti dalla tradizione.  La poesia classica del Seicento rappresenta più una variante dell’esperienza barocca che una realtà opposta a questa. 

Claudio Achillini



Claudio Achillini nacque a Bologna nel 1574 e morì nella stessa città nel 1640. Svolse importanti missioni diplomatiche;fu membro dell’accademia degli incogniti. Amico ed estimatore di Marino; organizzò gli interventi dei suoi sostenitori nella polemica scoppiata in occasione degli appunti mossi da un detrattore del poeta alla sua competenza mitologica. La parte che ebbe nella successiva polemica sull’Adone spinse gli storici della letteratura a considerarlo come maggiore esponente della letteratura marinista e a giudicare la sua opera come espressione di una personalità poco originale, completamente dipendente dall’opera  dell’amico e maestro. Studi recenti hanno invece messo in luce il fatto che in più di una occasione Marino usò spunti e procedimenti innovativi e originali presenti in testi, manoscritti o addirittura già pubblicati a stampa,di Achillini

Ciro di Pers




Ciro di Pers nacque nel 1599 in Friuli.In giovinezza seguì studi filosofici; una grande delusione d’amore lo spinse ad entrare nell’ordine dei cavalieri Gerosolimitani a Malta. Partecipò ad una spedizione militare contro i turchi. Rientrato in Friuli, trascorse il resto della sua vita a San Daniele, dove morì nel 1663. Fu autore di una tragedia e di una raccolta di Poesie, che conobbe 12 edizioni nell’arco di venticinque anni.

Luis de Gongora



Luis de Gòngora nacque a Cordova nel 1561, si dedicò agli studi giuridici, letterali,linguistici e matematici, seguì la carriera ecclesiastica e morì Cordova nel 1627. La sua influenza sulle generazioni successive è stata tanto profonda da segnare l’intero sviluppo della poesia spagnola dei secoli seguenti; tramite simbolisti francesi che, tra Otto e Novecento, si rifaranno a lui come a un maestro, la sua poesia sarà preso di riferimento dall’intera produzione lirica del nostro secolo

Gabriello Chiabrera


Gabriello Chiabrera nato a Savona nel 1552, fu educato a Roma dove studiò retorica e filosofia. Dopo una giovinezza avventurosa, morì a Savona nel 1638. La sua attività è caratterizzata dall’incessante sperimentazione di tutti i generi poetici, dal poema eroico al poemetto sacro e profano,dalla canzonetta erotica al poema encomiastico, dalla tragedia alle favole miteologiche. Nel 1606 Chiabrera pubblicò la raccolta Delle Poesie.

Neoclassicismo e i suoi rappresentanti




Neoclassicismo 
Il classicismo, che affonda le proprie radici in una tradizione secolare, assume una fisionomia specifica tra Settecento e Ottocento in concomitanza con alcuni gravi rivolgimenti storici, quali la Rivoluzione francese e quella industriale, che producono una nuova sensibilità culturale. A rinnovare l’interesse per il mondo classico sono innanzitutto le scoperte di Pompei ed Ercolano, che diffondono il giusto per raffigurazioni nitide e armoniose, dal forte rilievo visivo. Nei suoi studi dell’arte antica, Johann Joachim Winckelmann vede nelle opere classiche esempi di una bellezza ideale, intesa come dominio sulle passioni e trasfigurazione della realtà in forme armoniche e composte: è la teoria della bellezza che informa il gusto “neoclassico”, caratterizzato da una nostalgica ammirazione dell’antico, concepito come una sorta di paradiso perduto. All’affermazione del classicismo concorre la Rivoluzione francese, che propone Atene, Sparta e Roma come modelli di libertà repubblicana e come manifestazioni storiche di quegli ideali civili ed eroici che s’intende far rivivere nel presente. Il regime napoleonico sfrutta poi questa tendenza culturale in chiave scenografica e celebrativa, richiamandosi ai fasti dell’età imperiale romana anziché alle virtù repubblicane. Le istanze più autentiche e innovative del Neoclassicismo d’ispirazione winckelmanniana si colgono piuttosto nella poesia di Ugo Foscolo, nella quale il mondo classico si configura come “altrove” ideale, da vagheggiare e ricreare contro la barbarie del presente. 
Preromanticismo 
Contemporaneamente al Neoclassicismo compaiono manifestazioni culturali che preludono al Romanticismo e sono perciò definite “preromantiche”. Esse esprimono in modo diverso la medesima crisi di fondo e la medesima ansia di fuga dalla storia che sono alla base del Neoclassicismo, esasperando la dimensione passionale e soggettiva, esaltando il primitivo, il barbarico e l’esotico, prediligendo atmosfera lugubri e selvagge. In Francia si diffonde un gusto sentimentale grazie soprattutto al romanzo epistolare Giulia, o la nuova Eloisa (1761) di Jean-Jacques Rousseau, che contrappone la spontaneità dell’amore all’artificiosità delle convenzioni sociali. In Germania il movimento dello Sturm und Drang (cioe del cenacolo di giovani intellettuali inquieti e ribelli) esalta la passionalità e concepisce l’arte come espressione del genio individuale, libero da ogni regola; ne è testimonianza il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther (1774)di Wolgang Goethe, in cui approda tuttavia a un superamento del titanismo giovanile. La poetica sturmeriana è ben rappresentata inoltre da Friedrich Schiller, autore di opere, come il dramma I masnadieri (1781), pervase da un’ansia di libertà senza limiti, dal culto dell’individuo, dall’insofferenza per la mediocrità borghese. In Inghilterra la sensibilità romantica, intrisa di malinconia, è anticipata, intorno alla metà del Settecento, dalla poesia cimiteriale di Edward Young e di Thomas Gray. La rievocazione di un suggestivo passato barbarico è al centro dei Canti di Ossian (1761), un insieme di poemetti in prosa di James Macpherson che compone mescolando canti della tradizione popolare con parti di propria invenzione. La raccolta, attribuita al leggendario guerriero e bardo del III secolo d.C. Ossian, ebbe straordinario successo e circolò anche in Italia nella traduzione di Melchiorre Cesarotti. Per tutte queste manifestazioni culturali che abbiamo elencato si suole parlare di Preromanticismo, anche se questo termine è considerato come dei fenomeni ancora del tutto interni alla cultura illuministica. 

Johann Joachim Winckelmann



Johann Joachim Winckelmann nacque in Prussia nel 1717 da una famiglia di umili origini e seguì studi filosofici, letterari e artistici. Pubblicò i Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura. Successivamente potè fare un viaggio a Roma per studiare direttamente quei capolavori dell’arte di cui era entusiasta. Visitò Pompei ed Ercolano, di cui era iniziata da pochi anni la riscoperta archeologica. Di ritorno da un viaggio in Germania e in Austria fu assassinato in una locanda a Trieste, per motivi sconosciuti. 

Wolfgang Goethe



Wolfgang Goethe nacque a Francoforte nel 1749 da una famiglia dell’alta borghesia. Compì studi giuridici, esoterici, alchemici e cabalistici e si interessò al panteismo di Giordano Bruno. Fu vicino al movimento dello Sturm und Drang e al suo individualismo titanico. Ne è esempio il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther, che esprime l’impossibilità d’inserirsi nella mediocrità del mondo borghese. Il primo periodo weimariano vede il persistere della tensione romantica giovanile. Nel 1786 si verifica una svolta fondamentale nell’esperienza intellettuale di Goethe: compie un viaggio in Italia, considerata da lui come la bellezza serena e solare del mondo classico. L’esperienza verrà narrata quarant’anni dopo nel Viaggio in Italia, opera che segna il passaggio dal titanismo passionale del periodo giovanile ad un ideale di misura intellettuale, sentimentale e classica. Nella sua lunga esistenza Goethe sperimentò tutti i generi, dalla lirica alla tragedia del romanzo ed attraversò tutte le esperienze spirituali di un periodo centrale della storia culturale moderna. Comprese che la Rivoluzione francese avrebbe iniziato una fase nuova della storia, ma anche verso di essa ebbe un atteggiamento distaccato.

Friedrich Schiller


Friedrich Schiller nacque a Stoccarda nel 1759 da un modesto ufficiale, frequentò l’Accademia militare, dove studiò Giurisprudenza e Medicina. Giunse alla fama giovanissimo con un dramma, I masnadieri, che si colloca nel clima culturale dello Sturm und Drang ed è caratterizzato da un’ansia di libertà senza limiti. L’incontro con Goethe fece maturare in lui una svolta verso il classicismo, percorso sempre, però, da tensioni romantiche. Scrisse diverse opere, in cui propone la distinzione tra la poesia degli antichi, espressione di un rapporto armonico col mondo naturale, e la poesia moderna. La fama di Schiller fu però affidata principalmente alle suo opere drammatiche, concepiti come espressione di alte idealità, la libertà, la giustizia, il bello e il buono, con intenti educativi ed etico-politici. Morì a Weimar nel 1805. 

Vincenzo Monti



Vincenzo Monti nacque nel 1754 in Romagna, studiò in seminario e poi all’Università di Ferrara. L’esercizio letterario gli attirò subito la fama e gli valse la protezione di potenti personaggi. Grazie all’appoggio del legato pontificio in Romagna, ottenne una sistemazione a Roma. Nella sua prima produzione prevale il gusto arcadico e classicheggiante, anche laddove il poeta riprende tematiche preromantiche (Pensieri d’amore) o esalta con entusiasmo illuministico le conquiste della scienza. Una certa propensione per i toni cupi e per l’orrido, di ascendenza preromantica, affiora invece nella Bassvilliana (1793), un poemetto che descrive gli orrori rivoluzionari in Francia. Negli anni successivi alla Rivoluzione, Monti non esita a correggere le proprie posizioni politiche a seconda della situazione, facendosi cantore del cesarismo napoleonico, con opere che si collocano nel filone del classicismo scenografico e celebrativo, e collaborando con i nuovi dominatori austriaci dopo la Restaurazione.  

Vittorio Alfieri




Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel 1749, da una famiglia della ricca nobiltà terriera. Rappresenta la figura dello scrittore che, grazie alle cospicue rendite, può dedicare tutto il suo otium alla letteratura. Infatti, della nascita nobile Alfieri si compiaceva perché gli permetteva di non essere schiavo di altri nobili. Fece numerosi viaggi in Italia e in Europa, non per la curiosità di vedere, ma perché spinto da un’irrequietezza continua. Infatti anche nella Vita, Alfieri narra che i suoi viaggi non gli avevano permesso di acquisire vere e proprie conoscenze, ma aveva semplicemente potuto accumulare una concreta esperienza delle condizioni politiche e sociali dell’Europa contemporanea, cioè dell’assolutismo. Tuttavia ciò che lo affascina sono soprattutto i paesaggi desolati e orridi, selvaggi e maestosi. Quando ritorna a Torino, la sua insofferenza per ogni legame e gerarchia gli impedisce di dedicarsi alle attività politiche e militari che erano proprie della nobiltà sabauda. Conduce quindi una vita oziosa, chiuso in una solitudine inerte. Nel 1775 avviene la sua conversione. Infatti l’anno prima, spinto da un impulso non ben definito, aveva abbozzato una tragedia, Antonio e Cleopatra, dimenticandola subito dopo. Ma quando vi ritornò notò che questa storia era simile alla sua con la Turinetti. Così si rende conto di come proiettare i propri sentimenti nella poesia costituisca l’unico mezzo per trovare un superamento dei propri tormenti, una catarsi. In questo periodo si viene a manifestare la sua vocazione di poeta tragico. Ma data l’insufficienza dei suoi primi studi, con caparbia volontà studiò i classici latini e italiani.  Morì a Firenze nel 1803. Il suo rapporto con l'Illuminismo 
Fu il massimo esponente del teatro tragico italiano, si forma in un contesto culturale dominato dall'Illuminismo e tuttavia la sua personalità tormentata, malinconica e ribelle, protesa titanicamente verso un ideale di grandezza sublime, anticipa una sensibilità che si affermerà con il Romanticismo. Benché le basi della formazione di Alfieri siano costituite dagli illuministi francesi (Voltaire, Rousseau e Montesquieu), le sue opere mostrano una diversa visione della realtà: egli esalta la passionalità sfrenata, la spontaneità e l'immaginazione contro il razionalismo scientifico; esprime un bisogno assoluto inconciliabile con le istanze antireligiose; sull'ottimismo fiducioso nel progresso morale e civile fa prevalere il senso della miseria e dell'impotenza dell'uomo; disprezza lo spirito borghese; nutre una concezione elitaria della cultura; celebra l'individualità eccezionale contro la massa. 
Le idee politiche 
Lo stesso pensiero politico alfieriano, riconducibile apparentemente all'illuminismo per l'avversione contro la monarchia e per il culto della libertà, stenta a definirsi in un progetto concreto di cambiamento. Pur avendo inizialmente guardato con favore alla Rivoluzione francese, Alfieri ne prende le distanze nel momento in cui inizia a delinearsi il nuovo assetto borghese. Incapace di adattarsi ad una realtà sentita come mediocre, lo scrittore si chiuse in un aristocratico isolamento, che prefigura la condizione di sradicamento dell’intellettuale romantico. Alfieri si trova in urto sia con ciò che esiste, l’assolutismo, sia con ciò che è destinato a sostituirlo, l’assetto borghese. L’odio contro la tirannide, che è il punto centrale di tutta la sua riflessione, non è la critica di una forma particolare di governo, ma il rifiuto del potere in sé, in assoluto e in astratto, in quanto ogni forma di potere è iniqua e oppressiva. Anche il concetto di libertà resta astratto e indeterminato. Infatti la riprova di questa astrattezza dell’ideale di libertà è che Alfieri si entusiasma per le rivoluzioni del suo tempo ma appena esse si assestano in un ordine nuovo assume atteggiamenti disillusi e sdegnosi. Ad esempio, per celebrare la rivoluzione americana scrive quattro odi, ma poi ne scrive una quinta su più amare riflessioni. Già nelle opere propriamente politiche si delinea il titanismo alfieriano (cioè l’atteggiamento di ribellione che nasce da uno smisurato orgoglio, da un’ansia di sovrumana grandezza e di infinita libertà), un’ansia di infinita grandezza e di infinità libertà che si scontra con tutto ciò che la limita e l’ostacola. In quest’immagine di un’io gigantesco si proietta miticamente la stessa condizione storica di Alfieri: l’estraneità al suo secolo, la malinconia, l’inquietudine, la solitudine. Questo rifiuto del titanismo tende a collocare Alfieri al di fuori della cultura razionalistica e sensista dell’Illuminismo. Il “tiranno”, per Alfieri, non è soltanto la trasfigurazione mitica di una condizione storica oppressiva, ma anche la proiezione di un limite che Alfieri trova in sé stesso.  
Le opere politiche 
Il momento più radicale della riflessione politica alfieriana coincide con il trattato giovanile Della tirannide, caratterizzato da un'accesa polemica contro ogni tipo di  monarchia che ponga il sovrano al di sopra delle leggi, e conduce una critica contro l’ideale settecentesco del dispotismo illuminato: perchè tale sistema di governo sia rovesciato, Alfieri vagheggia il gesto eroico dell'uomo libero, che provochi un'insurrezione popolare. Lo scrittore poi passa a esaminare le basi su cui si appoggia il potere tirannico, e le individua nella nobiltà, docile strumento nella mani del despota, nella casta militare, mediante cui i sudditi erano oppressi, e nella casta sacerdotale, che educa a servire con cieca obbedienza.  Nelle opere più tarde, come il Misogallo, opera mista di prosa e di versi, la delusione per gli esiti del processo rivoluzionario francese, dei principi illuministici e dello spirito borghese spinge lo scrittore a rivalutare la monarchia e la nobiltà come mali minori rispetto al nuovo assetto borghese.  Alfieri difende i privilegi della casta nobiliare, ribadisce il ruolo inevitabilmente subalterno del terzo stato. Quest’opera è importante perché in questa comincia a delinearsi l’idea di nazione.  Già nel trattato in tre libri Del principe e delle lettere Alfieri aveva del resto affermato la superiorità dell'attività letteraria sull'impegno civile, delineando la figura di un intellettuale separato dalla realtà e chiuso in una sdegnosa solitudine. Il disprezzo per le masse popolari per la borghesia emerge anche nelle Satire e nelle sei Commedie, che mettono a nudo una concezione assai pessimistica dell'umanità, rappresentata come profondamente meschina. 
La poetica tragica 
Alfieri trova la forma letteraria più congeniale nella tragedia. A scegliere la forma tragica come espressione del suo mondo interiore il poeta è indotto da vari motivi: innanzitutto la tragedia appariva il genere poetico più adatto ad esprimere il titanismo alfieriano, poi non aveva ancora trovato nella cultura italiana una realizzazione soddisfacente, e infine era anche considerata il genere più sublime e più difficile. Tutti questo motivi indussero il poeta a considerare questo genere come una sfida che gli avrebbe permesso di raggiungere una fama notevole. Il poeta parte da una polemica nei confronti della grande tragedia classica francese (il modello più prestigioso), a cui rimprovera la prolissità, il patetismo sentimentale, il carattere romanzesco; a questo modello contrappone un meccanismo tragico serrato e incalzante, tutto incentrato su pochi personaggi principali, e uno stile conciso e spezzato, anti musicale e rapido, capace di esprimere grande intensità drammatica. Nella poetica alfieriana agiscono inoltre istanze legate al classicismo: l'attenta elaborazione stilistica e il rispetto delle tre unità aristoteliche (di tempo, di luogo e di azione), infatti le sue tragedie si svolgono di norma su un arco temporale di 24ore, hanno una scena fissa ed un’azione unitaria. Il bisogno di disciplina viene descritto dallo stesso Alfieri nella Vita, in cui egli spiega che ogni tragedia si articola su 3 momenti fondamentali, che chiama “3 respiri”: “ideare”, che consiste nell’ideare il soggetto della tragedia, nel suddividerla in atti e in scene e nel fissare il numero dei personaggi; “stendere”, consiste nello scrivere per intero i dialoghi in prosa; e “verseggiare”, che consiste nello stendere i dialoghi in versi.  Pur prestando grande attenzione allo spettacolo e ai modi della rappresentazione, il disprezzo per il pubblico e per il teatro contemporanei inducono Alfieri a presentare le proprie tragedie solo in ambienti privati: il teatro per il quale egli scrive è dunque un contesto ideale, fatto di cittadini di un'utopica Italia a venire. Anche nella produzione tragica si riflette l'evoluzione ideologica dalla tensione eroica giovani le al disinganno della maturità. L’evoluzione del sistema tragico 
Al centro delle prime tragedie campeggiano infatti eroi sovrumani, chiusi nella loro individualistica solitudine, ma essi cedono gradualmente il posto a personaggi intimamente deboli, coscienti dell’inevitabile sconfitta, come il protagonista del Saul (1782). L’Antigone costituisce un ideale secondo momento della stessa tragedia. Vi viene approfondito il tema del fato come simboli di un’assurda negatività del vivere. Antigone è la vittima predestinata e consapevole. In lei si manifesta una diversa vocazione all’eroico, ma il rifiuto sdegnoso di una realtà che contamina, il ristabilimento, attraverso la scelta della morte della propria assoluta purezza.
La prima crisi dell’individualismo eroico è superato con la Virginia. L’ideologia eroica assume qui vesti decisamente politiche e si proietta nei personaggi di una mitizzata Roma classica. L’azione è un’appassionata celebrazione della virtù romana, delle libertà politiche e civili dell’antica repubblica. Il personaggio centrale Icilio è il primo degli eroi di libertà alfieriani. Il travaglio pessimistico che corrose l’ideale eroico trova qui il supermento in una positiva fede politica. Con la Virginia si conclude una prima fase della produzione tragica alfieriana. Dopo di essa si apre un periodo di sperimentazioni. Con la Congiura de’ Pazzi, ambientata nella Firenze di Lorenzo de’ Medici, Alfieri abbandona il mito classico. Il suicidio di Raimondo, che si oppone alla tirannide di Lorenzo il Magnifico, è il suicidio del vinto, atto di protesta magnanimo ma disperato e sterile.  Nel Timoleone il poeta riprende nuovamente la tematica politica della libertà, cercando nell’eroe ricavato da Plutarco una compensazione allo scacco subito dalla sua ansia eroica. In Timoleone si proietta un puro e astratto ideale. Più che due uomini, nella tragedia si scontrano due enti astratti, la volontà di assoluto dominio rappresentata da Timofane e quella di assoluta libertà rappresentata da Timoleone. Entrato definitivamente in crisi l’ideale eroico, Alfieri  si apre a una tematica nuova, attenta alla sfera privata degli affetti intimi, che trova la sua massima espressione nella Mirra (1784-86): il conflitto si trasferisce dall'esterno all'interno dei personaggi, rappresentanti di un'umanità dolente, lacerata da sentimenti contrastanti, in cui si rivela la miseria universale del vivere. In Alfieri resiste comunque una caparbia volontà di manifestarsi fedele a certi ideali: con il Bruto primo e il Bruto secondo, tornando a ricavare gli argomenti dalla storia di Roma antica, il poeta riprende le tematiche politiche libertarie e antitiranniche. Quelle tematiche tuttavia rivelano ormai di essere svuotata al loro interno ed appaiono prive dell’originarie fervore, ridotte a costruzione tutta esteriore e volontaristica. 
Saul Saul rappresenta una figura di eroe del tutto nuova: non è l’eroe monolitico nella sua forza e nella sua fermezza, ma un eroe intimamente lacerato e perplesso. Saul è intimamente diviso perché è un eroe “maledetto” su cui grava il peso di un’oscura colpa, che lo isola dagli uomini comuni, che genera in lui conflitti e tomenti angosciosi e lo vota a una sconfitta totale. Per un aspetto si ripresenta in Saul la fisionomia di tanti altri tiranni delle precedenti tragedie alfieriane. Ma la novità di Saul consiste nel fatto che questa volontà titanica si scontra con un limite invalicabile, la superiore volontà di dio. Questo motivo del luciferino peccato d’orgoglio di una personalità titanica si presenta nel dramma giovanile di Friedrich Schiller, I masnadieri. Lo scontro dell’eroe con la dimensione trascendente costituisce la novità clamorosa del Saul rispetto alla precedente produzione alfieriana. Affinché la tragicità del conflitto fra Saul e Dio sussista, è necessario che la presenza di Dio sia una realtà oggettiva nel mondo della tragedia, sentita come tale e partecipata dall’autore.  Il Saul sull’arco della produzione tragica alfieriana segna la crisi dell’individualismo eroico e titanico, della tensione magnanima, e la scoperta dei limiti della condizione umana. La tragedia si svolge tutta entro la psiche dell’eroe. Il Saul è l’interpretazione di una crisi di identità, di una scissione dell’io. Questa interiorizzazione del conflitto si manifesta anche nel rapporto con David, che costituisce l’altro tema dominante della tragedia. Anche qui il conflitto è tutto dentro Saul, perché il vecchio re non viene in urto col David reale, ma con un David immaginario. La tragedia si presenta quindi come un grande monologo. Saul non parla mai veramente con gli altri, parla solo con se stesso: quando è in scena, i personaggi con cui entra in relazione non sono che proiezioni delle sue ossessioni. Intreccio: David, esule per volontà del re Saul, fa ritorno presso il suo sovrano per aiutarlo nella guerra contro i Filistei. Saul lo accoglie inizialmente con benevolenza, grazie all’intercessione dei figli Gionata e Micol (moglie di David). Il consigliere Abner fomenta tuttavia la naturale differenza del sovrano, inducendolo a vedere in David e nella casta sacerdotale pericolosi avversari. Saul decide dunque di eliminare David e fa uccidere il sacerdote Achimelech, sopraggiunto nell’accampamento. Mentre David fugge, i Filistei attaccano a sorpresa nella notte: braccato dai nemici, Saul si suicida. 
La Vita scritta da esso 
La principale fonte per la conoscenza della personalità di Alfieri è costituita dall'autobiografia Vita scritta da esso. Essa ricostruisce il delinearsi di una vocazione poetica, vista come il centro intorno a cui ruota tutta l'esistenza, e nello stesso tempo esprime il disagio esistenziale e la delusione storica che caratterizzano l'ultimo Alfieri. Quest’opera si può dividere in due parti: la Parte prima (divisa in 4 epoche: Puerizia, Adolescenza, Giovinezza, Virilità); e Parte seconda (che è una continuazione della 4°epoca). In quest’opera il poeta ripercorre la sua vita alla luce dell’opera tragica e la presenta tutta incessantemente protesa a raggiungere quella meta, contempla a distanza se stesso e le proprie debolezze.  
Le Rime 
Natura autobiografica hanno anche le Rime, composte lungo tutto l'arco dell'esistenza del poeta. Se i motivi e il lessico rinviano al Canzoniere petrarchesco, il linguaggio alfieriano è lontanissimo dalla musicalità sia del modello sia della lirica settecentesca, puntando all'intensificazione espressiva. Cosi come lo stile, anche i temi rivelano una sensibilità nuova, che si può considerare preromantica. Ci sono diversi temi: amoroso, in cui l’amore è considerato lontano, irraggiungibile e quindi fonte di infelicità; politico, infatti vi è una forte polemica contro un epoca vile e meschina; della morte, che appare sia come l’unica possibilità di liberazione sia come l’ultima prova dinanzi a cui si deve dimostrare la saldezza magnanima dell’io. 

Il '700 con i rispettivi autori


La trattatistica e la prosa di pensiero 

La trattatistica del primo Settecento
Nella prima metà del Settecento il dibattito culturale in Italia è ristretto a un gruppo di intellettuali ancora lontani dalla creazione di un linguaggio pienamente divulgativo, ma portatori di un nuovo modello di indagine, fondato sulla validità scientifica e finalizzato alla pubblica utilità. Gli studi storiografici, giuridici, politici, filologi e filosofici risentono di questo nuovo clima, anche se l’arretratezza dell’Italia rispetto ad altri Paesi e il forte condizionamento ecclesiastico ostacolano notevolmente la libera attività di ricerca. Un esempio emblematico a quest’ultimo riguardo è costituito dalla vicenda del giurista Pietro Giannone (1676-1748), autore di trattati che documentano la corruzione della Chiesa: le istituzioni impedirono la diffusione delle opere, pubblicate solo alla fine dell’Ottocento, e lo scrittore fu incarcerato. Tra gli studiosi che meglio incarnano lo spirito “progressista” tipico del Settecento europeo, oltre a Giannone, figurano lo storico e filosofo Ludovico Antonio Muratori e il filosofo Giambattista Vico.



Ludovico Antonio Muratori
Nato da un’umile famiglia nei pressi di Modena, Muratori (1672-1750) prese i voti sacerdotali dopo esserci laureato in Filosofia e Diritto. Ricercatore ed editore di testi antichi, scrisse trattati di argomento letterario, politico, storico e metodologico (sull’organizzazione del lavoro intellettuale), sempre permeati da uno spirito di revisione critica delle certezze tradizionali. La sua opera più impegnativa è una poderosa raccolta di documenti storici riferibili al periodo che va dl 500 fino al 1500, accompagnata da commenti in latino ai materiali editi. Oltre ad avere una straordinaria importanza documentaria, la raccolta ha il duplice merito di aver “scoperto” il Medio Evo, fino a quel momento trascurato dagli studiosi, e di aver proposto un’interpretazione della storia come logica concatenazione di vicende mosse da ragioni concrete ed esclusivamente umane. Di notevole interesse è anche l trattato Del governo della peste e delle maniere di guardarsene (1714): composto sotto l’urgenza di un’imminente pestilenza, esso offre alcuni suggerimenti per gestire razionalmente l’epidemia, senza affidarsi a spiegazioni superstiziose. L’opera, scritta in lingua volgare, dimostra un intento divulgativo che Muratori confermerà più avanti, sintetizzando e traducendo in italiano i Rerum Italicarum Scriptores.



Giambattista Vico
Originario di Napoli, Vico (1668-1744) studiò logica e metafisica presso i Gesuiti per poi proseguire gli studi come autodidatta. Esercitò la professione d’insegnante e negli ultimi annidi vita ricoprì il prestigioso incarico di storiografo regio. Partendo dal presupposto che l’uomo non può conoscere razionalmente ciò che non ha creato (la natura e l’ordine metafisico), il filosofo s’impegna nell’elaborazione di un’opera, la Scienza nuova, incentrata sulla storia di tutte le attività umane (politiche, religiose, letterarie,…). La teoria di Vico individua nella storia un’evoluzione simile a quella della vita del singolo: come nell’uomo si succedono la fanciullezza, la giovinezza e la maturità, così nella storia si succedono (ma sono possibili anche “ricorsi”, ossia processi regressivi) tre età: quella “degli dei”, contrassegnata dalle credenze religiose, quella “degli eroi”, animata dalla fantasia e dominata dalla forza, e quella “degli uomini”, caratterizzata dalla razionalità e dal diritto. Vico supera così la tradizionale distinzione tra società primitive e società “civili”, dimostrano che le prime sono tappe essenziali nell’evoluzione delle civiltà. La Scienza Nuova rappresenta una svolta importante nella storia del pensiero occidentale, poiché getta le basi su cui si svilupperà lo storicismo romantico e dà origine allo studio scientifico di aspetti della cultura rimasti fino ad allora trascurati, come la mitologia, la religione, il linguaggio.

La poesia lirica e drammatica dell’età dell’Arcadia

La lirica arcadica
La poesia del Settecento è caratterizzata dal rifiuto delle “stravaganze” barocche in nome della razionalità e dal conseguente recupero dei modelli classici, secondo le linee guida indicate dall’Accademia d’Arcadia, fondata a Roma nel 1690. Il classicismo arcadico si risolve nell’imitazione della lirica petrarchesca, ammirata non soltanto come modello di “buon gusto” e chiarezza ma anche come espressione di sentimenti “sani” e morali, in opposizione all’edonismo marinista. Tema prediletto è il mondo pastorale, nel quale viene proiettato il vagheggiamento di una vita ideale dove regnano la semplicità della natura e l’eros galante e aggraziato, cantanti in forme metriche di scorrevole cantabilità come la “canzonetta”. La vastissima produzione arcadica testimonia la solidità di una civiltà letteraria radicata nella tradizione umanistico-rinascimentale e la diffusa padronanza di mezzi tecnici; nello stesso tempo, tuttavia, essa si rivela piuttosto ripetitiva e stereotipata nei temi e nei moduli espressivi, mostrando i limiti propri di una poesia puramente accademica, estranea alle sollecitazioni della società civile. Il gusto per la musicalità, tipico dell’Arcadia, trova la sua principale espressione nelle “cantate” e nelle “canzonette”.
La letteratura drammatica
Il razionalismo arcadico e i canoni classicisti influenzano profondamente l’evoluzione dei generi drammatici. Ad Apostolo Zeno e a Piero Metastasio si deve una riforma del melodramma mirante a restituire dignità letteraria al “libretto” (il testo poetico, nel Seicento del tutto subordinato alla musica) e ad immettervi temi eroici oppure legati all’esplorazione delle passioni che agitano l’animo umano. Un analogo spirito di rinnovamento si manifesta nella commedia, ricondotta entro i confini del “buon gusto”e della fedeltà ad un testo letterario, contro l’improvvisazione tipica della Commedia dell’Arte. Un inizio di riforma si registra anche a proposito della tragedia, che da testo pensato per la lettura o per la declamazione si trasforma in “copione” destinato alla rappresentazione sulla scena. 

Metastasio e la riforma del melodramma



Pietro Metastasio (1698-1782), originario di Roma, entra a far parte dell’Arcadia dopo essersi formato sotto la guida di Gian Vincenzo Gravina, uno dei fondatori dell’Accademia . Lasciata Roma, si trasferisce a Napoli e poi a Vienna,  dove riceve l’incarica di poeta ufficiale della corte imperiale. La sua poetica è fortemente influenzata dalla formazione cartesiana e dall’impostazione arcadica, che lo inducono ad indagare con razionalità il mondo dei sentimenti, il tema principale della sua opera, mettendone in luce la complessità attraverso un linguaggio estremamente limpido e lineare. Oltre che nel campo della lirica, Metastasio si cimenta in quello del melodramma, portando a compimento la riforma del genere già iniziata da Apostolo Zeno. Il poeta punta all’organicità dell’opera, rendendo funzionali allo svolgimento drammatico le “ariette” cantabili che si alternano ai “recitativi” (le parti in cui sviluppa l’azione). L’analisi delle umane passioni, spesso condotta attraverso la contrapposizione di sentimenti e personaggi antitetici, è al centro del melodramma “di situazione”, tipici della prima produzione di Metastasio (è il caso della Didone abbandonata o dell’Olimpiade). A partire dal 1733 il poeta predilige il tema della grandezza eroica e rinnova la struttura dei melodrammi, fondando la vicenda sulla presenza costante del protagonista.

Illuminismo in Francia 

Caratteri generali
L’affermarsi nel Seicento di nuovi atteggiamenti filosofici e metodi di ricerca di tipo razionalista ed empirista stimola nella seconda metà del Settecento la nascita dell’Illuminismo, un movimento che si propone di lottare contro tutti i residui irrazionali perduranti nella vita politica, economica, sociale e culturale: non a caso esso ha il suo polo d’irradiazione in Francia, governata da una monarchia assoluta nella quale gli antichi privilegi ecclesiastici e nobiliari, ancora forti, impediscono una politica di riforme. L’Illuminismo genera una nuova figura d’intellettuale, il philosophe, i cui interessi si allargano a ogni ambito della conoscenza e che concepisce la cultura come indagine razionale della realtà a concreto vantaggio della società. Oltre alla saggistica, gli illuministi francesi si cimentano nella narrativa, che diventa la forma privilegiata per divulgare, attraverso la finzione letteraria, i nuovi principi filosofici.



Voltaire
L’esponente più influente dell’Illuminismo è Voltaire (1694-1778), autore di saggi storici, politici e filosofici, di tragedie e di romanzi “filosofici”. Questi ultimi sono accomunati da un’originale impostazione: le vicende sono trasposizioni allegoriche di teorie filosofiche di cui l’autore intende dimostrare l’infondatezza attraverso il procedimento paradossale di accettarle per svilupparne le premesse fino all’assurdo. Nel romanzo più famoso, Candido o l’ottimismo (1759), le disavventure del protagonista svelano ad esempio l’inconsistenza della tesi di Leibniz secondo cui il nostro mondo è il migliore tra quelli possibili.

L’Illuminismo in Italia 

Caratteri generali
In Italia l’Illuminismo si diffonde principalmente negli Stati guidati da sovrani che attuano una politica di riforme intese ad ammodernare le strutture amministrative ed economiche, come Maria Teresa d’Austria a Milano e Carlo di Borbone a Napoli, e che si servono a questo fine della collaborazione degli intellettuali. Appunto a Milano e a Napoli si formano gli esponenti più significativi dell’Illuminismo italiano, i quali provengono spesso dalle file dell’aristocrazia ma si fanno portavoce delle istanze della borghesia emergente e, più in generale, dei valori dell’equità, cosmopolitismo e razionalità elaborati dai philosophes francesi. Sul piano letterario, essi si sbattono per una cultura attenta ai problemi concreti della realtà contemporanea e capace di raggiungere un pubblico socialmente eterogeneo grazie a un linguaggio semplice e diretto.
“Il Caffè”
A Milano il gruppo degli illuministi si forma inizialmente in seno all’Accademia dei Pugni, ma l’esigenza di avvicinare pubblico più ampio di quello accademico induce presto questi intellettuali a scegliere la rivista come “luogo” privilegiato della propria attività culturale sull’esempio del giornalismo inglese. Per iniziativa di Pietro e Alessandro Verri viene fondato a questo scopo, sempre a Milano, “Il Caffè”, un periodico che nei suoi due anni di vita costituisce la cassa di risonanza delle posizioni più avanzate della cultura italiana. 

Cesare Beccaria


Proveniente da una nobile famiglia milanese, Cesare Beccaria (1738-94), nonno di Alessandro Manzoni, fu tra i collaboratori del “Caffè” e ricoprì importanti incarichi nell’amministrazione dello Stato milanese. Il suo capolavoro è il saggio Dei delitti e delle pene (1763-64), che propone un’analisi lucida ed efficace del sistema giudiziario e penitenziario del tempo, mettendo in evidenza la barbarie del procedimenti di accertamento della verità e di carcerazione. L’opera ebbe una vasta risonanza anche all’estero e ispirò la riforma della giustizia attuata in Russia da Caterina II.

Pietro Verri


I fratelli Pietro e Alessandro Verri, fondatori del “Caffè”, anch’essi rampolli di una nobile famiglia milanese, svolsero un ruolo importante nell’ambito dell’Illuminismo italiano. Pietro (1728-97), principale ideatore e animatore della rivista, è autore di trattati filosofici che recepiscono le teorie sensiste di Claude-Adrien Helvètius ed Ètienne Bonnot de Condillac, secondo le quali la sensazione è la fonte esclusiva di ogni conoscenza. All’interesse filosofico egli affianca l’impegno come funzionario e consigliere del governo austriaco in materia economica, un campo d’indagine cui si collega il saggio Meditazione sull’economia politica (1771). Alcune sue opere sono infine dedicate alla ricerca storica: è il caso delle Osservazioni sulla tortura (1777), nelle quali sono sottoposte a dura critica le pratiche giudiziarie adottate nei processi agli “untori” accusati di diffondere il contagio durante la peste del 1630. 

Alessandro Verri



Autore di romanzi e saggi storici, Alessandro Verri (1741-1816) fu tra i più attivi collaboratori del “Caffè”, sul quale pubblicò numerosi articoli d’argomento letterario, politico, giuridico, morale, psicologico e pedagogico. Tra i suoi interventi, riveste particolare interesse il primo articolo, nel quale l’autore esprime a nome dell’intero gruppo del “Caffè” l’esigenza di sgravare la letteratura dal retaggio della pedante erudizione accademica.

Carlo Goldoni 



Tra i massimi esponenti della drammaturgia sul versante della commedia, Goldoni rappresenta un nuovo tipo d’intellettuale, che preannuncia per molti aspetti la figura dello scrittore destinata a imporsi nella società borghese dell’Ottocento: è un autore che vive esclusivamente dei proventi della professione intellettuale e che scrive per il “mercato”, adattando le proprie scelte artistiche ai gusti degli spettatori. Il teatro è infatti l’unico settore della cultura italiana in cui esista già nel Settecento un vero e proprio mercato, particolarmente vivace a Venezia, dove Goldoni si forma e svolge gran parte della sua attività.
L’Illuminismo di Goldoni
A Venezia l’assimilazione degli ideali illuministi rimane circoscritta all’ambito teorico, senza trasformarsi in concreta azione riformista a livello politico e amministrativo. In tale contesto Goldoni fa propri i principali aspetti della visione illuminista diffusa nei ceti medi borghesi: il pragmatismo, il senso della socialità come valore, la polemica contro i vizi della nobiltà, gli spunti egualitari. Tuttavia egli non auspica un cambiamento radicale della società, un sovvertimento dell’ordine costituito, bensì una proficua collaborazione tra i ceti che favorisca un progresso senza scosse, ispirato ai principi della Ragione.
La riforma della commedia
Nella seconda metà del Settecento il panorama teatrale italiano era ancora dominato dalla Commedia dell’Arte: gli attori impersonavano maschere tradizionali, corrispondenti a tipi fissi, improvvisando le battute sulla base di un canovaccio che dava indicazioni sommarie dell’intreccio. Nei confronti di questa forma teatrale, divenuta ripetitiva e volgare, Goldoni assume un atteggiamento polemico, coerente con il clima della cultura arcadica e razionalista, che aspira all’ordine, al buon gusto e alla naturalezza contro le stravaganze del Barocco. Nella sua “riforma” della commedia Goldoni non si rifà tuttavia a modelli astratti e libreschi, com’è invece tipico del classicismo settecentesco, bensì al “Mondo” e al “Teatro”: egli intende proporre opere che incontrino il favore del pubblico e che riproducano verisimilmente la società contemporanea. I tipi fissi e le maschere tradizionali della Commedia dell’Arte sono sostituiti da caratteri individuali, che hanno la complessità psicologica delle persone reali e sono posti in relazione con un preciso ambiente sociale; gli intrecci si fanno più lineari, coerenti e verisimili, rispecchiando la realtà concreta e quotidiana; gli attori sono chiamati a memorizzare e a recitare sulla scena le battute del testo scritto dall’autore; alla comicità volgare e buffonesca si preferiscono toni più composti. Tali cambiamenti trovano inizialmente forti resistenze da parte degli attori, ancora legati alla tecnica dell’improvvisazione, da parte del pubblico, abituato a un diverso tipo di spettacolo e di comicità, e da parte degli impresari, poco propensi ad affrontare imprese rischiose. Per queste ragioni Goldoni attua la sua riforma gradualmente: inizia con la stesura delle battute del protagonista (1738), dopo alcuni anni passa  ascrivere quelle di tutti i personaggi (1743) e conserva a lungo le maschere della Commedia dell’Arte, trasformandole da tipi fissi in caratteri prima di eliminarle completamente.
L’itinerario della commedia goldoniana
Al centro della commedia goldoniana si trova la so-cietà veneziana contemporanea, che pur essendo governata da un'oligarchia nobiliare e conservatrice, aveva visto lo sviluppo di un solido ceto mercanti- de e borghese. Goldoni si fa interprete dei valori e della visione della realtà di questa classe sociale a cui egli stesso appartiene, esaltando nella prima fase della sua produzione (fino al 1752) la figura del mercante economo, onesto e laborioso contro quel la del nobile dissipatore, superbo e ozioso. A questa fase di intensa creatività, durante la quale è attuata la "riforma", ne segue una di crisi (1753-58), provocata dalle critiche degli avversari e dai mutati gusti del pubblico, che preferisce commedie avventurose d'ambientazione esotica. Goldoni asseconda in par- te le nuove esigenze "di mercato scrivendo testi romanzeschi; continua tuttavia a scrivere commedie di carattere", incentrate ora su personaggi nevrotici e asociali, nei quali sembrano riflettersi le difficoltà psicologiche dell'autore. Superata la crisi, Goldoni torna, nella produzione della maturità (1758-62), a ritrarre la borghesia veneziana, ma con occhio più critico, mettendone in luce l'attaccamento all'inte-resse economico, la ristrettezza di vedute, oppure l'ostentazione, la smania d'apparire; con maggiore simpatia sono invece considerati i ceti subalterni, di cui si esaltano la socialità, la vitalità, l'intraprenden-za. Con il trasferimento a Parigi, di fronte a un pubblico ancora fermo agli scenari della Commedia dell'Arte, Goldoni è costretto a rinunciare alle soluzioni più moderne del suo repertorio per privilegiare intrecci complicati, basati sullo schema dell'equivoco.
Gli scritti autobiografici
Nell'ultima fase del la sua vita Goldoni si dedica alla composizione di un'opera autobiografica in francese, i Memoires, in cui ripercorre le tappe della propria vocazione e della propria carriera teatrale. Si tratta di una fonte preziosa per la conoscenza dell'ambiente teatrale e della poetica dell'autore. Di analogo contenuto sono le cosiddette Memorie italiane, ossia l'insieme delle prefazioni premesse dall'autore all'edizione delle sue opere.
La lingua
L'adesione alla realtà condiziona la lingua goldoniana, che riflette quella della conversa-zione quotidiana. Una certa piattezza e convenzio-nalità, tipica dell'italiano "parlato" (riservato nella realtà alla comunicazione ufficiale o tra persone di diversa provenienza), caratterizza le commedie "in lingua mentre maggiore vivacità e colore ha il dia letto utilizzato nelle opere destinate al pubblico veneziano.

Giuseppe Parini 



Nato da una famiglia di modesta condizione e costretto ad abbracciare la carriera ecclesiastica per completare gli studi,  Parini lavora a lungo come precettore presso nobili famiglie milanesi, per poi passare al servizio del governo "illuminato" austriaco, assumendo incarichi ufficiali nell'amministrazione lombarda. Egli rappresenta dunque la tipica figura dell'intellettuale progressista, impegnato in prima persona nella battaglia civile, nella lotta, in nome della ragione, contro le storture che affliggono la realtà contemporanea. Tale istanza si concilia tuttavia con un culto della dignità formale e dei modelli classici, che fa di Parini un esponente atipico dell'Illuminismo milanese e uno dei precursori del Neoclassicismo.
Parini e gli illuministi
Nei confronti dell'Illuminismo francese Parini esprime un atteggiamento ambivalente. Pur condividendone i principi egualitari, il filantropismo, la polemica contro i privilegi nobiliari, la condanna di ogni fanatismo, egli ne respinge le posizioni più radicali in campo religioso e sociale: contro l'ateismo illuminista, egli esprime la convinzione che il cristianesimo possa costituire il fonda- mento di un'ordinata convivenza civile e rivelare il senso ultimo dell'esistenza; quanto alla critica nei confronti dell'aristocrazia, essa non deve tendere secondo Parini, all'eliminazione di quella classe, ma a un suo reinserimento produttivo nel corpo sociale. Anche rispetto all'illuminismo lombardo che fa capo al "Caffè" e all'Accademia dei Pugni sono numerosi i punti di dissenso: Parini ne rifiuta sia il cosmopolitismo culturale, sostenendo la necessità di difendere la cultura e la lingua italiane dalle influenze francesi sia la concezione esclusivamente utilitaristica della cultura, essendo convinto assertore di una lettera tura che unisca «l'utile» al «lusinghevol canto». In ambito economico, inoltre, Parini appare vicino alle posizioni dei fisiocratici, che vedevano nell'agricoltura, anziché nel commercio e nell'industria, l'unica attività veramente produttiva, capace di creare ricchezza.
Le prime odi
Ancora legato ai modi dell'Arcadia nella sua prima raccolta, Alcune poesie di Ripano Eupilino, Parini dà vita a un nuovo tipo di poesia, impegnata nella battaglia per il rinnovamento civile, nelle sue prime odi, risalenti agli anni 1756-69. Gli argomenti sono strettamente legati all'attualità: la contrapposizione tra città e campagna, l'igiene pubblica, la scienza, l'educazione, le cause della criminalità ecc. Le odi presentano dunque un mate ria innovativa rispetto alla tradizione poetica, e ciò comporta l'introduzione di termini realistici, spesso ricavati dalle scienze moderne. Seguendo la poetica del sensismo, Parini ricerca pertanto un lessico energico e concreto, capace di suscitare immagini e sensazioni molto vivide contro l'astratta genericità del linguaggio arcadico. Il poeta si sforza d'altro canto di restare fedele alla tradizione e a questo fine utilizza con frequenza procedimenti espressivi, come perifrasi, sineddochi e aggettivi esornativi, che innalzano il tono e conferiscono dignità poetica alla materia
Il Giorno: il Mattino e il Mezzogiorno
Allo stesso periodo delle prime odi risalgono le due parti iniziali del poema in endecasillabi sciolti ll Giorno: il Mattino (1763) e il Mezzogiorno (1765). L'opera, che rientra apparentemente nel genere didascalico de scrive una giornata "qualsiasi" di un giovane aristocratico milanese per voce di un precettore, che insegna al protagonista come trascorrere piacevolmente il tempo, tutto il discorso del precettore è impostato in chiave ironica, poiché i suoi ammaestramenti e la sua esaltazione iperbolica dei costumi di vita aristocratici fanno emergere per antifrasi l'immoralità e la vuota superficialità di quest'ultima, oggetto di un'aspra critica da parte del poeta. La raffigurazione della nobiltà contemporanea è il piano dominante dell'opera, ma non è l'unico; marginalmente compaiono infatti riferimenti all'aristocrazia del passato più attiva e coraggiosa, e alle classi popolari, portatrici di valori positivi. Al severo moralismo della satira si contrappone la grazia leziosa e sensuale con cui oggetti e gesti sono descritti: essa concorre a stigmatizzare la futilità dell'ambiente rappresentato, ma nello stesso tempo corrisponde al gusto rococò tipico dell'epoca, di cui il poeta sembra risentire. Una certa ambiguità tra edonismo e moralismo si determina anche a livello formale, poiché la mediocrità della materia è sublimata da un linguaggio più e aulico, attinto sapientemente alla tradizione illustre.
…il Vespro e la Notte

Secondo il progetto originario, il Giorno doveva comprendere una terza sezione, dal titolo la Sera, che venne però sdoppiata successivamente in due parti, il Vespro e la Notte, rimaste entrambe incompiute. In esse si riflette la delusione di Parini, che a partire dagli anni Settanta- Ottanta si allontana dall'impegno civile trovandosi in disaccordo con la linea autoritaria adottata dal governo austriaco nell'attuazione del programma riformistico. L'aspro spirito polemico e la fiducia nel la possibilità di "educare" la nobiltà lasciano infatti spazio ad un atteggiamento di penosa contemplazione di un mondo vuoto e morente. Il corrispettivo formale di questa tendenza è l'evoluzione dalla poetica sensistica a quella neoclassica, caratterizzata dall'uniformità lessicale, con l'esclusione di vocaboli troppo vividi e realistici, e da una serena e distaccata armonia espressiva. Le ultime odi Il senso del fallimento del programma illuministico si riflette ancor più chiaramente nel secondo e nel terzo gruppo di odi, composte rispettivamente nel 1777 e nel 1783-95. Il poeta rinuncia infatti ad intervenire sui concreti problemi civili e sociali per concentrarsi su temi universali, affrontati con distaccata saggezza, secondo i dettami della poetica neoclassica.